Jaron Lanier: Maoisti Digitali e Schiavi di Internet

Jaron Lanier

Jaron Lanier

A giudicare dall’aspetto, Jaron Lanier sembra un hippie cinquantenne un po’ svagato con qualche velleità artistica. In realtà, pur non avendo un titolo di studio accademico, è un accreditato profeta tecnologico e uno dei 100 uomini più influenti al mondo secondo il Time.

Lanier, ex dipendente Atari e pioniere della realtà virtuale, è anche un osservatore attento della società e dell’evoluzione di internet.
Dopo aver sognato la redenzione del mondo grazie alle possibilità di comunicazione offerte dalle nuove tecnologie, da qualche anno si è apertamente schierato contro il Web 2.0, definendo l’apertura totale dei contenuti come una nuova forma di “Maoismo Digitale” e condannando l’ideologia totalitaria che si sta impossessando della Rete.

Il tuo libro “Tu non sei un gadget”, edito da Mondadori, è ormai considerato un manifesto contro la svalutazione dei contenuti e dell’identità degli individui a causa di Internet. Riassumici la tue teorie…

Jaron Lanier: Il mondo digitale non è uno strumento per coltivare il nostro talento ma, al contrario, una sorta di Grande Fratello che ci illude di partecipare collettivamente alla costruzione della conoscenza. L’estrema concentrazione degli attori che governano il nostro agire in Rete minaccia la nostra identità di individui, sottomettendoci a un nuovo conformismo che invece di premiare sta castrando la creatività e tutto ciò che di più umano possediamo: la imprevedibilità, i sentimenti, il libero arbitrio.

La nostra libertà è in pericolo: il mito della “saggezza della massa” è sempre più simile a una ideologia totalitaria, mentre l’individuo perde il controllo sul proprio pensiero in favore di una indeterminata e incontrollabile intelligenza sociale di Rete a cui può solo adattarsi.

In cosa consiste l’Intelligenza di Rete? Perchè hai scritto che Wikipedia ostacola la conoscenza?

Jaron Lanier: Conosciuta come la “wisdom of the crowd”, l’idea consiste nella capacità dei singoli individui, una volta collegati in Rete, di mettere insieme e accrescere il sapere sociale e l’intelligenza collettiva. Questo sapere e questa intelligenza sarebbero più grandi della somma di quanto ogni singolo individuo può acquisire e trasmettere. Il modello di riferimento è Wikipedia.
Ma Wikipedia accumula saperi, non intelligenze. E la somma di nozioni che si aggregano lì non produce idee nuove, anzi, cristallizza idee vecchie sottraendole al dibattito e alla critica.

Questo sapere universale, inoltre, non ci dice nulla sulla gerarchia del sapere. Che cosa è rilevante, che cosa no? In Wikipedia possiamo trovare la biografia di un’attrice porno più dettagliata di quella di un premio Nobel… e lemmi lunghissimi dedicati a eserciti e territori immaginari, come quelli di Tolkien, e lemmi assai più sintetici dedicati a eserciti e territori reali, come le guerre persiane o l’antico impero armeno… In questo non sfugge solo la gerarchia, ma addirittura, al lettore impreparato, la distinzione tra cio’ che è reale e cio’ che è immaginario.

La conoscenza è vittima di questo sistema, perché ad essa si sostituisce una posizione, una ideologia, una interpretazione che non si confronta con le altre ma prova sempre a soverchiarle.
In Rete c’è molto sapere ottimamente referenziato, approfondito, autoriale. Sapere raggiungibile facilmente con i motori di ricerca: da Beethoven agli antichi Greci, dallo studio dei Quanti alla Geopolitica, dalla musica pop alla letteratura di nicchia, davvero oggi possiamo raggiungere con pochi clic delle vere e proprie miniere di informazioni.
Se Wikipedia dovesse scomparire dall’oggi al domani, informazioni paragonabili continuerebbero per la maggior parte a essere disponibili, solo in forme meglio contestualizzate.

L’anonimato è la madre di tutte le “Canaglie Digitali”?

Jaron Lanier: L’anonimità apparentemente garantita da Internet nutre e solletica le peggiori inclinazioni degli individui in Rete. La “marmaglia digitale” si permette di commentare tutto, senza regole, senza competenze, senza rispetto, senza la capacità di ascoltare anche per iscritto le ragioni dell’altro e con una quasi inevitabile escalation verso l’insulto e la violenza verbale.

Fino a qualche anno fa il significato più noto di “troll” era legato alle saghe nordiche, oggi, la maggior parte di noi associa questo nome ai disturbatori che popolano le reti sociali e i siti di user generated content in cui trovano sempre più occasioni per esercitare i loro istinti peggiori.
Il guaio è che certi strumenti – con l’anonimato che garantiscono e la velocità in cui si può gestire una conversazione – riescono a tirare fuori anche il troll che è in ognuno di noi. A volte, senza che ce ne rendiamo conto è facile essere trascinati in sgradevoli scambi online.

Nel tuo libro hai usato l’espressione “Maoisti Digitali”, chi sono?

Jaron Lanier: Internet, a forza di Reti sociali, wiki e 2.0, si è trasformato un un gigantesco alveare che invece di valorizzare l’individuo lo schiaccia in nome di un apparato che giustifica solo un collettivo, omogeneo, antiindividualistico modo di interpretare il mondo. I maoisti digitali sono tutti gli utenti incapaci di rendersi conto della propria schiavitù, che di fatto, anche quando intenti in attività creative, lavorano come nuovi servi della gleba.

La nostra attività creativa è ridotta in schiavitù una volta regalata alla Rete, perché non saremo noi a poterne godere i frutti, in questo mondo del tutto gratis, ma i colossi che dall’abbondanza di video, testi, pagine, immagini che noi regaliamo loro ogni giorno potranno trarre frutti pubblicitari. Ma la pubblicità è davvero in grado di far campare solo questi giganti: i Google, i Facebook. Non i veri produttori di capitale intellettuale.

Perchè il conformismo contribuisce a deprimere la produzione intellettuale e a sperzonalizzare gli individui? Che ne pensi dei Social Network?

Jaron Lanier: Se tutti siamo obbligati ad avere un account Facebook, a essere presenti su Twitter, magari le nostre comunicazioni saranno pure più facili, ma a che prezzo! Controllati, disciplinati, uniformati: la dinamica di un branco digitale, che alla fine deve cedere alla pressione di gruppo a comportarsi in conformità, per non rimanerne escluso e vittima.

Un altro aspetto del processo con cui Internet ti rende effettivamente anonimo è, ad esempio, il form di iscrizione su Facebook, la tua scelta è limitata a questa o quella opzione, e a questo o quel modo di descriverti: un flag su una casella. Le persone dovrebbero invece sforzarsi di raccontarsi in maniera indipendente.

Gli adolescenti assidui frequentatori dei social network mi fanno pena: devono gestire senza sosta la loro reputazione online. Da questo meccanismo compulsivo può emergere una nuova forma di darwinismo: vince chi sa gestire meglio il suo sosia digitale, non chi “si limita ad essere” nella vita reale.
I giovani che sono stati capaci di creare apprezzate versioni on line di se stessi, probabilmente saranno i vincenti se Facebook fornirà il modello al futuro che abiteranno da adulti.

La modalità di rappresentazione più corretta delle nostre vite è ormai quella di un database: i nostri dati identificativi, le nostre “transazioni” – ovvero quello che facciamo, quello che compriamo, quello che ci piace, quello che ascoltiamo, vediamo, scarichiamo – sono tutte mappate e sempre di più collegate fra loro. Siamo diventati anagrafiche collegate a record.
Ma a chi interessa più quel quid indefinibile e non ingabbiabile all’interno di una banca dati relazionale che ci fa essere “persone” e “individui”? Il regno della libertà è diventato il regno della standardizzazione. Siamo sicuri che i computer siano in grado di rappresentare il pensiero umano o i rapporti tra le persone? Quando chiediamo alle persone di vivere le loro vite tramite i nostri modelli informatici, stiamo potenzialmente riducendo la vita stessa: la persona astratta oscura quella reale.

Ma come? Se una delle professioni più trendy del momento è lo user experience designer come è possibile affermare questo?

Jaron Lanier: Proviamo per un attimo a guardare in modo neutrale molte della applicazioni che spuntano come funghi, così come certi device. Sono questi strumenti ad adattarsi alle persone che li usano o sono le persone che li usano a vivere in funzione dei requisiti dei software, delle apps e dei device stessi?

I blog sono meglio dell’informazione tradizionale?

Jaron Lanier: Sui blog è difficile dare un giudizio netto: un po’ perché nei blog c’è davvero un po’ di tutto, compreso del buon giornalismo; un po’ perché il nanopublishing è stato definitivamente adottato da Google, che ne ha fatto attraverso il suo network di affiliazione pubblicitario una leva fondamentale dei suoi ritorni economici.

Gli ultimi anni di storia americana sarebbero stati diversi, anche in minima parte meno disastrosi, se il modello economico dei quotidiani non fosse andato in crisi.
Abbiamo avuto più blogger, certo, ma anche meno informazione di qualità in un periodo in cui venivano prese decisioni economiche e militari gravide di conseguenze negative.
Abbiamo bisogno di quel sano capitalismo che alimenta l’editoria tradizionale, il giornalismo “vecchia maniera” e le fonti di informazione professionali, perché c’è il rischio, in parte già in atto, di perdere qualsiasi stimolo a una nuova genuina originale produzione intellettuale, e di convertirci tutti in enormi impianti di riciclaggio di prodotti altrui.

Affermi che la crisi finanziaria di questi anni è profondamente legata al modello dei social media. Dici che il Web 2.0 non durerà?

Jaron Lanier: Esatto. Il Web 2.0 – così come la rivoluzione informatica in genere – ha avuto un successo pazzesco dal punto di vista commerciale. L’avvento dei pc ha permesso a molta gente di creare la propria via personale al successo, e ha favorito tantissime piccole aziende. Ma la Rete di massa ha portato a una sorta di cortocircuito: l’utente diventa un cliente o un consumatore di default. Il Web 2.0 ha dato molto a molte persone, sia in termini di entusiasmo che in termini economici, ma la bolla speculativa a cui è legato non durerà.

I computer sono stati usati per trarre il massimo guadagno dal sistema, concentrando l’economia nelle mani di di tre o quattro grandi corporation. È solo una questione di scopi. Lo scopo di internet è di arricchire le persone o di dare loro maggior potere e maggiore informazione? Perché se si tratta solo di arricchirle… Be’, non funzionerà mai, e questo perchè tutti gli utenti che riversano contenuti liberi sulla rete non ne traggono alcun guadagno.

Quindi bocci anche il modello economico “Tutto Free” proposto da Chris Anderson?

Jaron Lanier: Il modello economico che si è imposto è quello dell’app store di Apple, in cui la possibilità di trovare dei prodotti gratuiti non fa altro che spingere quelli a pagamento… il modello che lo stesso Anderson ha definito “Freemium”.
Il concetto di “gratuità della Rete” è spesso frainteso: molti adolescenti associano il file sharing ad un nobile atto di disobbedienza civile e rubando del materiale digitale si sentono dei piccoli Martin Luther King.

Molti ti considerano un pessimista. Hai la ricetta per un web “più intelligente”?

Jaron Lanier: La storia ci ha consegnato molte lezioni difficili e delicate, e ho l’impressione che alcuni errori del passato siano stati ripetuti nella gestione di Internet. Uno dei principali riguarda proprio il concetto di collettività. Molte persone, specie da giovani, trovano attraente quest’idea, così come l’idea della condivisione.
Ma eleggere la collettività a unico ideale è un po’ come avere un solo partito comunista al comando. Le cose non vanno molto bene. Quello che voglio dire è che in un regime dove conta solo la collettività, le persone più intelligenti e fuori dal comune si trovano nei guai.

Quando i comunisti sono la minoranza, aiutano le persone creative. Quando sono la maggioranza, le reprimono. Questo schema si è ripetuto in Russia, e in Cina… e qualcosa di simile si sta ripetendo nella Rete.
Wikipedia e altre forme di aggregazione sociale, ad esempio, sono qualcosa di sperimentale e innovativo finché sono una minoranza. Ma quando diventano la maggioranza diventano repressive. E la mia opinione è che siano davvero repressive. Personalmente, credo che la soluzione sia di rendere le singole persone più intelligenti, invece che di rinforzare un’entità superiore come l’intelligenza collettiva.

E a proposito del recente caso Wikileaks…

Jaron Lanier: È un caso interessante e complicato. Io credo che se qualcuno vuole combattere l’autorità e fare davvero la differenza, l’unico modo per farlo è mostrare un totale sprezzo della paura. Pensa a Gandhi, Nelson Mandela, Martin Luther King: nessuno di loro si nascondeva in alcun modo, anzi. Il loro rischio era di essere arrestati… E infatti li hanno arrestati!
È successo anche ad Assange, ma il problema di Wikileaks è che rischia di diventare esattamente come il sistema che sta criticando: degli uomini nascosti dietro un monitor che rivelano delle informazioni… È semplicemente un altro protagonista nel grande gioco che non ha avuto il coraggio di andare fino in fondo. Mi piacerebbe poter dire che rispetto Wikileaks, ma non è così.

Che futuro c’è per l’umanismo, per il nostro concetto di persona?

Jaron Lanier: La questione dell’umanismo è molto vicina a quella della democrazia, e quindi al ruolo della classe media. Puoi creare una società che celebra l’individuo, oppure una società collettivista e repressiva.
Se vuoi celebrare l’individuo, l’unico modo è stabilire una classe media fatta di persone creative e libere. E a me sembra che ora il Web stia andando verso la direzione sbagliata, per tutte le ragioni di cui sopra.

Il tuo messaggio è definitivamente anti-internet?

Jaron Lanier: Qualcuno mi ha accusato di lanciare accuse retoriche e di nutrire rancore nei confronti della nuova generazione di programmatori, sviluppatori, architetti delle informazioni che hanno plasmato la Rete negli ultimi anni. Quello che rimprovero a questi giovani è di aver lasciato cadere per strada gli ideali umanistici che animavano i pionieri della Rete.
Chi, come me, ha vissuto quell’epoca in cui Internet era considerata una nicchia esoterica, non può fare altro che constatare che l’evoluzione che l’ha spinta a diventare un mezzo di comunicazione di massa, ha portato anche a delle conseguenze negative. Ad esempio, la troppa attenzione data al software ha finito per distogliere l’attenzione dalle persone.
Anche coloro che queste tecnologie hanno teorizzato e plasmato si accorgono che non tutto sta funzionando come ci si aspettava. Quando un mezzo di comunicazione diventa di massa – il telefono, la radio, la TV – è inevitabile ed anzi opportuno che ci si rifletta sopra. Senza dimenticare che ad oggi, mediamente, una pagina web è comunque molto meglio del pappone trash-televisivo di cui ancora molti di noi sono ingozzati.

Fonti:
Wired, Panorama, Valentina Giannella

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