Steven Levy, giovani hackers crescono

zuckerbergGli idealisti

Richard Greenblatt mi annuncia di avere una lamentela da fare. Nei primi anni ‘60, Greenblatt era l’hacker classico del Project Mac del Mit, il precursore del leggendario AI Lab. Nel mio libro avevo raccontato come i suoi colleghi hacker del Mit, inorriditi di fronte al suo concetto di igiene, usassero il termine “milliblatt” come unità di misura della sgradevolezza olfattiva. Non era proprio una descrizione lusinghiera. Stava per farmela pagare, dopo tutti quegli anni?

Con mio grande sollievo Greenblatt si mostra assai più interessato (e preoccupato) a quello che gli pare essere «lo stato decrepito» del computing. Detesta il modo in cui i linguaggi dominanti come Html e C++ vengono sviluppati. Gli manca Lisp, l’adorato linguaggio con cui lavorava ai tempi del Mit. «Il mondo è andato a puttane», si sfoga, prima di lanciarsi in un’analisi tecnica delle condizioni attuali della programmazione, analisi che non ho nessuna speranza di riuscire a seguire. La scrittura dei codici è solo l’inizio.

Il vero problema, dice Greenblatt, è che gli interessi commerciali hanno fatto irruzione all’interno di una cultura fondata sugli ideali di accessibilità e creatività.
Ai tempi d’oro, lui e i suoi amici si scambiavano liberamente i codici, impegnandosi al puro scopo di costruire prodotti migliori. «Ora invece si dice che bisogna strutturare la pagina web in modo che la gente sia costretta a cliccare un bel po’ di volte, finendo per sorbirsi un sacco di annunci pubblicitari», continua Greenblatt. «Fondamentalmente sono considerati di successo quelli che riescono a farti fare le cose più scomode».

Greenblatt non fa parte di questo gruppo. È di un’altra stirpe: quella dei veri fedeli, ancora aggrappati alle motivazioni originali – la gioia della scoperta, il libero scambio di idee – anche se la loro passione si è evoluta in un’industria da miliardi di dollari. A dispetto della loro genialità e della loro importanza, non hanno mai lanciato prodotti da milioni di dollari. Si sono limitati a continuare a fare hacking.

Qui, alla 25esima Hacker’s Conference sono circondato da idealisti del genere: è il raduno con cui ogni dodici mesi si celebra l’emozione di aver creato qualcosa di veramente figo. Sono passati un bel po’ di anni da quando ci sono venuto per l’ultima volta, ma è proprio come lo ricordavo: 48 ore di hacker che discutono, fino a notte fonda, in un resort della California settentrionale, parlando di tutto, dalle teorie economiche allo storage dei dati. Il pubblico, ormai, è un po’ avanti negli anni, nonostante il tentativo – avviato in ritardo – di attrarre partecipanti sotto i trent’anni. L’industria tech sarà anche piena di giovani geni, ma la vecchia guardia resiste ancora: solo che i loro sforzi sono bellamente ignorati dai più.

Greenblatt è un habitué, è un collegamento con la storia della cultura hacker. Era arrivato al Mit quando i membri del Tech Model Railroad Club avevano appena avuto accesso a uno dei rari computer interattivi. Diventò uno dei più bravi, un programmatore assai brillante che vanta nel suo palmarès un sofisticato compilatore Lisp, e uno dei primi programmi autonomi per il gioco degli scacchi. Ma a differenza di Gates, Wozniak o Hertzfeld, il lavoro di Greenblatt non è mai diventato mainstream. Negli anni ‘80 ha fondato un’azienda per la costruzione di macchine Lisp, ma non ha avuto successo. Come uomo d’affari non era un granché.

Oggi descrive se stesso come un ricercatore indipendente. È andato a vivere con sua madre a Cambridge, nel Massachusetts, per potersi prendere cura di lei: dalla sua morte, avvenuta nel 2005, sta lì da solo. Quando esamina lo stato attuale dell’hacking, vede un mondo ormai tramontato. Perfino la parola ha perduto il suo significato: «Ce l’hanno rubata e non potremo mai riaverla», dice.

Greenblatt non è certo l’unico così malinconico quando c’è da rievocare il passato. Il mio primo incontro con Richard Stallman dell’AI Lab del Mit risale al 1983. Già allora piangeva il mesto declino della cultura hacker e considerava un crimine la commercializzazione del software. Mentre gli parlavo l’industria dei computer stava schizzando alle stelle, lui mi guardò negli occhi e a un certo punto mi disse: «Non credo che il software possa diventare una proprietà». Lo definii «l’ultimo vero hacker» e predissi che il mondo di lì a poco lo avrebbe schiacciato.

Mi sbagliavo. La crociata di Stallman per la gratuità del software ha continuato a improntare le lotte sulla proprietà intellettuale, e gli ha fruttato una borsa di ricerca della MacArthur Foundation. Ha fondato la Free Software Foundation e ha scritto il sistema operativo Gnu, largamente adottato da quando Linus Torvalds ha scritto Linux. Oggi la combinazione tra Linux e Gnu è usata su milioni di macchine.

Ma la cosa più importante, forse, è il fatto che Stallman abbia fornito la cornice intellettuale che ha portato alla nascita del movimento open source, elemento fondamentale per il software moderno e per Internet. Se il mondo del software avesse i suoi santi, Stallman sarebbe già stato beatificato da un pezzo.

In ogni caso, è altrettanto famoso per la sua personalità inflessibile. Nel 2002 l’evangelista di Creative Commons, Lawrence Lessig, scrisse: «Non conosco bene Stallman. Lo conosco abbastanza da sapere che non è un uomo facile». Il tempo non lo ha ammorbidito. Nella nostra intervista originaria aveva detto: «Sono l’unico sopravvissuto di una cultura scomparsa. Non appartengo più al mondo. In un certo senso credo che dovrei essere morto». Oggi lo ribadisce: «Avrei certamente preferito uccidermi alla nascita», dice. «In termini di influenza sul mondo, è però un bene che io abbia vissuto. E così suppongo che se anche avessi la possibilità di tornare indietro nel tempo e di impedirmi di nascere, non lo farei. Ma certo vorrei non aver sofferto così tanto».

La sofferenza è venuta in parte dalla solitudine, un tempo molto lamentata tra le schiere sparute e ossessive dei fan dei computer (in un articolo del 1980, lo psicologo di Stanford Philip Zimbardo suggeriva che gli hacker fossero dei perdenti antisociali che si dedicavano ai computer per evitare i contatti umani). Ma quando la cultura hacker si è diffusa, si è diffusa anche la sua accettazione sociale. Oggi i geek non sono visti come perdenti, ma come magnati in pectore. Non soffrono di quel senso di isolamento che un tempo tormentava Stallman. Grazie, ironia della sorte, alla commercializzazione di cui tanto si lamenta.

Oggi, come 25 anni fa, Stallman è un fondamentalista, un talebano dell’hacking. La sua pagina web è un’accozzaglia di appelli al boicottaggio dei vari nemici della causa. Ce l’ha persino con i suoi ex alleati, come Torvalds («Non vuole difendere la libertà degli utenti», dice). Nutre un disprezzo particolare nei confronti di Apple, con i suoi sistemi chiusi e i diritti del software digitale. Non abbandona mai il suo atteggiamento critico. Quando gli spiego che tra poco Hackers si potrà acquistare nella versione Kindle, il suo atteggiamento arcigno scompare e mi incoraggia calorosamente a resistere all’oneroso Digital Rights Management dell’e-reader. «Ci devi credere nel fatto che la libertà è importante, e che tu te la meriti», insiste. A dispetto della sua disillusione, la sua fiamma interiore arde ancora.

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1: Lee Felsenstein - 2, 6: Richard Greenblatt - 3: Richard Stallman 4: Tim O'Reilly - 5, 9: Andy Hertzfeld - 8: Steve Wozniak - 10: Mark Zuckerberg

Anche Lee Felsenstein sta tenendo vivo il fuoco. Felsenstein era il sovversivo moderatore dell’Homebrew Computer Club, i cui membri – Woz incluso – furono il bersaglio della lettera di accuse scritta da Gates.
Veterano delle proteste a Berkeley, Felsenstein era convinto che mettendo nelle mani della massa computer economici, tutti sarebbero stati in grado di attingere all’informazione, di manipolarla per riflettere meglio la verità, e poi di diffonderla nel mondo. Sull’ascesa del pc aveva ragione, ma è ancora in attesa dell’effetto di democratizzazione. Ora sta spingendo la prossima generazione di geek sulla strada della virtù. Di recente ha contribuito a creare uno spazio di lavoro – Hacker Dojo – a Mountain View, in California, e fa pagare a ciascuno degli 80 soci 100 dollari al mese in cambio dell’accesso ai 900 metri quadri della struttura. È uno dei tanti spazi per hacker disseminati nel paese, avamposti destinati a dare una mano a fanatici del tech che prima erano isolati e forniti di attrezzature insufficienti.

La nuova generazione

Greenblatt, Stallman e Felsenstein vedono l’hacking come una questione di ideali. Ma Paul Graham lo vede come una macchina economica vibrante. Il 45enne guru di Internet (ai suoi tempi anche lui era un programmatore fanatico), è cofondatore di Y Combinator, incubatrice di startup Internet. Due volte all’anno l’azienda organizza un concorso in stile X Factor, per selezionare 20-30 startup promettenti che ottengono finanziamenti e possono partecipare a un campo di addestramento di dieci settimane, che si conclude con un Demo Day affollato da angel investor, venture capitalist e corporation affamati di nuove acquisizioni.

Come fa Graham a scegliere i candidati più promettenti? Semplice. Cerca gli hacker. «Siamo tipi da hacking, e non facciamo fatica a riconoscere gli spiriti affini», spiega. «Gli hacker sono in grado di capire un sistema a fondo e usarlo per fargli fare quello che vogliono. E magari anche cose che non avevano previsto». I candidati più promettenti, dice, sono i “world hacker”, gente «che non solo ci sa fare con i computer, ma con qualunque altra cosa». Graham sostiene che oggigiorno chi si occupa di affari ha una gran voglia di investire in aziende gestite da hacker. «A chi partecipa al Demo Day raccomandiamo di non vestirsi eleganti, se non vogliono che gli investitori li prendano per degli stupidi. Quelli non vengono per incontrare dei giovanotti da Economia e Commercio».

Stallman inorridirebbe mentre Graham, mette in relazione l’hacking con la capacità imprenditoriale. Ma Graham sostiene che i valori dell’hacking non sono minacciati dal business: lo hanno conquistato, il business. Risoluzione istintiva dei problemi. Decisioni decentrate. La qualità del lavoro conta più di quella del guardaroba. Sono tutti ideali hacker, e sono entrati nel mondo della produzione.

È emersa una nuova generazione di hacker e smanettoni vari che non vedono un nemico nel business, ma lo considerano un mezzo per raggiungere una platea più vasta possibile. Prendiamo per esempio il fondatore e amministratore delegato di Facebook, Mark Zuckerberg, che ha convinto 400 milioni di utenti a mettere in comune sul web le proprie vite. A 26 anni si è dimostrato un maestro nell’arte del business, aprendo spudoratamente la sua creatura a inserzionisti e promotori. Eppure vede se stesso come un hacker, questo è chiaro. Sono andato a trovarlo nel quartier generale di Facebook, un vasto edificio in California Avenue, a Palo Alto (la stessa strada in cui, nel 1983, affittai una stanza da usare come base mentre raccoglievo il materiale per Hackers). Zuckerberg mi sorprende presentandosi in cravatta. Mi spiega di aver promesso alla sua squadra di venire a lavorare in cravatta, per un anno intero: ora l’anno è agli sgoccioli. A dispetto della crisi, l’annata per Facebook è stata positiva: il sito ha raddoppiato la base di utenti e finalmente ha dato profitti. «Forse è un amuleto», dice della cravatta. «Ma in generale penso che sia una cosa che mi strozza».

Lo stile adottato da Zuckerberg forse non arriva dall’epoca d’oro, ma l’etica del lavoro sì. «Non siamo partiti con chissà quale teoria grandiosa, ma con un progetto messo insieme in un paio di settimane», racconta. «La nostra cultura è tutta qui: vogliamo costruire qualcosa alla svelta». Più o meno ogni mese, Facebook lancia delle “hackaton”: si ha a disposizione una notte per inventarsi e completare un progetto. «L’idea è che in una notte si riesca a creare qualcosa di davvero buono», spiega Zuckerberg. «È un’idea che ormai fa parte della personalità di Facebook. Nutriamo una grossa fede nei confronti del muoversi velocemente, del forzare i limiti. Mi si addice molto». Nella competizione imperante, Zuckerberg è convinto che vincerà l’azienda con i migliori hacker. «Un bravo hacker vale 10 o 20 ingegneri, e noi vogliamo essere il posto più ambito dai migliori, perché siamo organizzati in modo che qui possano costruire alla svelta cose pazzesche, vedendo riconosciuta la loro genialità».

A differenza degli hacker delle origini, la generazione di Zuckerberg non ha dovuto partire da zero per acquisire il controllo delle macchine. «Non ho mai desiderato smontare il mio computer», dice. Come hacker in erba, alla fine degli anni ‘90, Mark ha armeggiato con linguaggi di alto livello, che gli hanno permesso di concentrarsi sui sistemi, piuttosto che sugli hardware. Per esempio, quando giocava con le sue adorate Tartarughe Ninja, Zuckerberg non le usava per inscenare combattimenti, come gli altri bambini. Costruiva comunità e fingeva che le tartarughe interagissero fra di loro. «Ero interessato solo al funzionamento del sistema», spiega.

Allo stesso modo quando ha cominciato a giocare con i computer non hackerava schede madri o telefoni, ma intere community: per esempio sfruttando bug di sistema per fare scherzi ai suoi amici sui programmi di instant messaging.Come Bill Gates, Mark Zuckerberg spesso viene accusato di aver voltato le spalle agli ideali hacker, visto che si rifiuta di concedere ad altri siti l’accesso alle informazioni fornite dagli utenti. Ma lui sostiene che sia vero l’esatto contrario; la sua azienda poggia sul libero flusso di informazioni. «Non ho mai voluto avere informazioni riservate», insiste. «Penso semplicemente che dovrebbe essere tutto più a portata di mano. Da quel che leggo, è un elemento fondamentale della cultura hacker. Come “l’informazione deve essere libera” e cose del genere».

La generazione di hacker precedente – e io – eravamo preoccupati che il mondo del commercio potesse soffocare l’innovazione e legare le mani a un fiorente movimento culturale. Ma l’hackerismo è sopravvissuto, e ha prosperato, in virtù della flessibilità. A detta dell’editore Tim O’Reilly – che sostiene l’hackerismo tramite le sue “non-conferenze” del Foo Camp – la cultura hacker troverà sempre nuovi sbocchi. Il grande business potrà anche mettere le mani e rendere commerciali le loro scoperte, ma gli hacker non dovranno far altro che spostarsi verso frontiere inesplorate.

Secondo O’Reilly la frontiera attuale degli hacker non è il regno della pura matematica degli 1 e degli 0, ma è roba concreta. Lo stesso atteggiamento da “facciamolo a pezzi e costruiamone uno nuovo” che i programmatori un tempo applicavano ai compilatori ora lo applicano a parti del corpo o ad aquiloni capaci di catturare l’energia eolica (O’Reilly Media pubblica la rivista Make e organizza i festival Maker Faire, vere e proprie celebrazioni dello spirito fai-da-te). Ma perfino in questo campo è iniziato l’avvicinamento all’imprenditoria. Gli hacker puri – quelli che fanno le cose per il semplice gusto di farle, e si irritano di fronte a investitori e fogli di calcolo – stanno guardando da un’altra parte. O’Reilly dice che gran parte del movimento sta nel campo della biologia fai-da-te, manipolazioni del codice genetico, come la generazione precedente manipolava i codici dei computer. «Siamo ancora nella fase del divertimento», spiega.

Chiedetelo a Bill Gates. Se fosse un ragazzino oggi, dice, farebbe dell’hacking biologico. «Creare una vita artificiale con la sintesi del dna. È un po’ l’equivalente della programmazione del linguaggio di una macchina», dice Mr Microsoft, che con il lavoro per la Bill & Melinda Gates Foundation ha acquisito una certa competenza nel campo delle malattie genetiche e dell’immunologia. «Se vuoi cambiare il mondo in modo clamoroso, oggi è da qui che dovresti partire. Dalle molecole biologiche».

Ed ecco perché lo spirito hacker resisterà, dice, perfino in un’era in cui i computer sono dappertutto, e facili da controllare. «Ora ci sono più opportunità», conclude. «Ma sono opportunità differenti. Hanno bisogno dello stesso tipo di fanatismo giovanile folle e geniale, dello stesso candore che spinse l’industria del pc. E possono avere lo stesso impatto sul genere umano». In altre parole, gli hacker saranno gli eroi anche della prossima rivoluzione.

fonte: WIRED

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