Smart Home

Google torna negli smart speaker dopo sei anni con Gemini e un abbonamento

Il nuovo Google Home Speaker arriva il 25 giugno a 119,99 euro e punta sull'AI conversazionale, ma le funzioni più avanzate richiedono un piano Premium a pagamento

Sei anni sono un'eternità nel mondo della tecnologia di consumo. L'ultimo altoparlante domestico di Google risale al 2020, quando il mercato degli smart speaker era ancora in piena espansione e Alexa di Amazon sembrava inarrestabile. Oggi il contesto è cambiato: gli altoparlanti intelligenti sono diventati oggetti quasi scontati, buoni per la musica di sottofondo e i timer della cucina, ma raramente al centro dell'esperienza domestica. Google torna in questo mercato con il nuovo Google Home Speaker, disponibile in Italia dal 25 giugno 2026 a 119,99 euro, con una proposta che punta esplicitamente su due leve: audio migliorato e un'intelligenza artificiale più capace di sostenere una conversazione vera.

L'AI che dovrebbe cambiare tutto

Il cuore del nuovo dispositivo è Gemini, l'assistente AI di Google che sostituisce il vecchio modello di comando vocale — breve, rigido, facilmente fraintendibile — con qualcosa di più simile a una conversazione. L'hardware segue la stessa direzione: il driver full-range da 58 mm è dichiarato il doppio rispetto al precedente Nest Mini, con audio a 360 gradi e la possibilità di abbinare due speaker in configurazione stereo o collegarli al Google TV Streamer per un setup home theater surround.

La differenza che Google vuole rendere percepibile non è solo nella qualità del suono. Gemini dovrebbe essere in grado di gestire richieste composte, mantenere il contesto della conversazione e coordinare più dispositivi in sequenza. L'esempio più immediato: invece di impartire tre comandi separati prima di guardare un film, si potrebbe chiedere in un'unica frase di abbassare le luci, alzare il volume e spegnere le luci del corridoio. Piccola cosa, apparentemente, ma è esattamente il tipo di frizione che ha reso gli smart speaker meno utilizzati di quanto si prevedesse.

Gemini promette di trasformare i comandi vocali in conversazioni vere con la propria casa

Il modello a pagamento divide le funzioni

Il punto più rilevante dal punto di vista commerciale — e anche il più discusso — è la struttura dell'offerta. Alcune delle funzioni più interessanti non sono incluse nel prezzo dello speaker, ma richiedono un abbonamento separato: Google Home Premium. Gemini Live (la modalità conversazionale avanzata), Camera History Search (la ricerca nella cronologia delle videocamere) e Home Briefs (riepiloghi personalizzati della casa) sono disponibili solo con il piano a pagamento.

Sul sito italiano di Google, il piano Home Premium Standard è indicato a 10 euro al mese (o 100 euro l'anno), mentre il piano Advanced sale a 18 euro al mese (o 180 euro l'anno), con funzionalità aggiuntive legate alla gestione della cronologia video e a dispositivi come videocamere e campanelli connessi. Per ammorbidire l'impatto, Google include una prova gratuita di sei mesi del piano Standard con ogni acquisto del nuovo speaker — una tattica collaudata per trasformare un beneficio temporaneo in un'abitudine difficile da abbandonare.

La logica industriale dietro questa scelta è comprensibile: l'AI conversazionale richiede un'infrastruttura di calcolo costosa, che la sola vendita di hardware non riesce a sostenere. Ma la frizione per l'utente è reale. Pagare un abbonamento mensile per un servizio di streaming è ormai accettato; pagare per sbloccare funzioni «migliorate» di un dispositivo già acquistato è una proposta psicologicamente diversa, e non sempre ben accolta.

Il mercato che Google affronta

Google non arriva in un vuoto competitivo. Amazon sta spingendo Alexa+ come reinterpretazione generativa del proprio assistente, con un prezzo di circa 19,99 dollari al mese per chi non è abbonato a Prime, mentre per gli utenti Prime l'accesso è incluso in alcuni mercati. Apple, dal canto suo, gioca una partita diversa: HomePod mini e l'ecosistema HomeKit puntano su coerenza, privacy come valore di marca e integrazione con i dispositivi iOS, più che su un assistente conversazionale spinto come prodotto autonomo.

In questo quadro, Google prova a differenziarsi combinando un'AI dichiaratamente più capace con una maggiore interoperabilità tra ecosistemi diversi. Ed è qui che entra in gioco un'altra parola chiave del lancio: Matter.

Matter e Thread, i mattoni invisibili della casa connessa

Matter è lo standard tecnico pensato per ridurre la frammentazione del mercato degli smart home device: l'idea è che una lampadina, una serratura o un sensore certificati Matter funzionino con Google Home, Amazon Alexa, Apple Home e altri sistemi senza richiedere configurazioni separate. Il nuovo Google Home Speaker funziona come Matter controller, ovvero il dispositivo che gestisce e coordina gli accessori compatibili all'interno della rete domestica.

Vale la pena distinguere tra due concetti spesso confusi. Il Matter controller è il «cervello» che gestisce i dispositivi Matter; il TBRThread Border Router — è invece il ponte necessario per i dispositivi Matter che comunicano tramite Thread, una rete mesh a basso consumo pensata per sensori e accessori piccoli. Senza un Border Router, i dispositivi Thread non riescono a comunicare con la rete domestica principale, rendendo l'esperienza instabile. Google ha già integrato questa funzione in alcuni prodotti come il Nest Hub di seconda generazione e il Nest Wifi Pro.

Nella pratica, però, il mondo reale è meno ordinato di quanto promettano le specifiche tecniche. Nelle community dedicate alla smart home, le discussioni ricorrenti riguardano app che continuano a richiedere un Border Router anche quando l'utente crede di averlo già, oppure problemi di stabilità in configurazioni con più hub e router. La standardizzazione riduce la complessità, ma non la elimina del tutto: rimangono differenze di implementazione tra produttori e aggiornamenti che a volte introducono nuove incompatibilità.

La promessa di una casa connessa senza attriti dipende da aggiornamenti costanti e implementazioni coerenti

Il vero test è dopo la prova gratuita

A 119,99 euro, il nuovo Home Speaker si posiziona in una fascia dove l'acquirente tende a confrontare ecosistemi, non solo specifiche tecniche. La domanda che chi valuta questo prodotto si troverà a fare è doppia: quanto vale come speaker audio, e quanto vale come punto d'accesso a Gemini in casa? Se il differenziante principale è l'AI, il costo reale non è solo il prezzo in cassa, ma l'eventuale abbonamento nel tempo.

C'è poi una questione di fiducia che va oltre il prodotto in sé. Negli anni, Google ha dismesso diversi prodotti e servizi legati all'ecosistema Home, generando in una parte degli utenti più esperti una certa diffidenza verso gli investimenti in questa piattaforma. Un nuovo speaker dopo sei anni è un segnale di continuità, ma non cancella automaticamente quell'ansia da ecosistema: per chi gestisce una rete domestica con serrature, sensori e automazioni, la stabilità della piattaforma e la prevedibilità degli aggiornamenti contano quanto le capacità dell'AI.

Infine, c'è il tema della privacy. Google include un interruttore fisico per disattivare i microfoni — ormai quasi uno standard di mercato per i dispositivi sempre in ascolto. Ma con conversazioni più lunghe e richieste più personali, la sensibilità aumenta. La funzione di ricerca nella cronologia delle videocamere, disponibile nel piano Premium, amplifica ulteriormente la questione: più il sistema «ricorda», più diventa centrale sapere come quei dati vengono trattati e per quanto tempo conservati.

Il vero verdetto sul nuovo Google Home Speaker non arriverà dalle prime recensioni sulla qualità audio. Arriverà qualche mese dopo il lancio, quando gli utenti avranno provato a fare richieste ambigue a Gemini, avranno aggiunto un dispositivo di un brand sconosciuto tramite Matter, avranno visto un'automazione funzionare tre volte di seguito — e quando si troveranno di fronte alla prima scadenza dell'abbonamento dopo la prova inclusa.