Smart glasses e privacy

Meta testava il riconoscimento facciale nei suoi occhiali smart

Un'inchiesta di WIRED ha rivelato che Meta aveva integrato codice biometrico nell'app companion dei suoi occhiali Ray-Ban, poi rimosso senza spiegazioni esaurienti

La notizia che Meta avrebbe sviluppato funzionalità di riconoscimento facciale per i suoi occhiali smart non riguarda solo un esperimento tecnologico. Riguarda dove si trovava quel codice, come era stato distribuito e cosa rivela sulle intenzioni dell'azienda. Secondo un'inchiesta di WIRED, Meta avrebbe testato funzionalità di riconoscimento facciale sui propri smart glasses Ray-Ban e Oakley appoggiandosi a un software di Rank One Computing, un'azienda americana specializzata in tecnologie biometriche che lavora prevalentemente con enti pubblici e forze dell'ordine. L'inchiesta sostiene inoltre che parti di quel codice — insieme a un sistema interno denominato NameTag — siano finite nell'app Meta AI installata su decine di milioni di smartphone, anche se risultavano inattive per gli utenti. Dopo la pubblicazione dell'inchiesta, Meta ha rimosso i componenti e ha negato l'uso effettivo della scansione facciale, senza però chiarire perché avesse acquisito quella licenza né quale sia lo stato attuale della collaborazione.

La sequenza — licenza, integrazione nel codice, distribuzione nell'app, rimozione rapida, spiegazioni minime — è ciò che trasforma questa vicenda in qualcosa di più di un semplice rumor di prodotto. Gli occhiali con fotocamera non funzionano come uno smartphone: non li estrai dalla tasca per scattare una foto, sono semplicemente parte del tuo modo di muoverti nello spazio. Se il riconoscimento facciale entra in quella catena, anche solo come opzione futura, la domanda non è più funzionerà? ma chi decide quando può essere attivato, e con quali garanzie?

Rilevare un volto non è lo stesso che identificarlo

Per capire la portata del problema, vale la pena distinguere due concetti che nel dibattito pubblico vengono spesso confusi. La face detection — rilevamento del volto — si limita a individuare che in un'inquadratura è presente un viso e dove si trova: è quella funzione che consente, per esempio, l'autofocus automatico su una persona o certi effetti nei filtri delle app. Cosa diversa è il facial recognition in senso stretto: il processo che trasforma un volto in un'impronta biometrica digitale (chiamata template) e la confronta con un archivio per risalire all'identità di una persona. Nella ricostruzione di WIRED, il contratto con Rank One Computing includerebbe anche la liveness detection, ovvero la capacità di distinguere un volto reale da una fotografia o da un tentativo di ingannare il sistema. Non è un dettaglio banale: questa funzione non serve a migliorare la qualità delle foto, ma a rendere un sistema di identificazione più difficile da aggirare.

Rank One Computing non è un fornitore generico di computer vision. Opera nel mercato della biometria con un posizionamento orientato alla sicurezza e all'identificazione istituzionale, con prodotti e casi d'uso che includono riconoscimento facciale e anti-spoofing. Se Meta si è rivolta a un vendor con questo profilo specifico, è difficile sostenere che stesse esplorando una semplice funzione di intrattenimento per i consumatori.

Un codice distribuito su milioni di telefoni è già fuori dal laboratorio, anche se non è ancora attivo

Sette milioni di occhiali venduti cambiano le proporzioni

Il contesto industriale rende la questione ancora più concreta. EssilorLuxottica, partner di Meta nella produzione e distribuzione, ha dichiarato che nel 2025 sono stati venduti più di 7 milioni di occhiali AI, con contributi da tutte le aree geografiche e dai diversi marchi. Nello stesso periodo, analisi di mercato di Counterpoint Research hanno attribuito a Meta il 73% della quota globale degli smart glasses nella prima metà del 2025. Sono numeri che cambiano la natura del rischio: una funzione biometrica in un prodotto di nicchia ha impatto limitato; la stessa funzione in una categoria in forte crescita diventa un precedente di mercato capace di orientare l'intero settore.

La base installata non riguarda solo le montature fisiche, ma passa dall'app. Meta AI è l'applicazione necessaria per gestire gli occhiali smart, importare e condividere contenuti. Il fatto che parti dell'infrastruttura di NameTag siano state trovate nel codice di un'app distribuita su decine di milioni di telefoni aggiunge un livello di tensione importante: anche se il riconoscimento non era attivo per gli utenti finali, quella macchina era già stata spedita sul campo. Preparare componenti software per abilitarli in un secondo momento è una pratica comune nello sviluppo di piattaforme digitali; il problema è che applicata a tecnologie biometriche porta con sé un carico di aspettative regolatore e sociali che va ben oltre un normale aggiornamento.

Il confine tra test interno e prodotto distribuito si è già spostato

È qui che la questione della trasparenza smette di essere un problema di immagine e diventa un elemento strutturale del prodotto. Quando un'azienda distribuisce codice biometrico in un'app consumer, il confine tra «test interno» e «funzione disponibile» non dipende soltanto dall'interruttore che la abilita. Dipende da ciò che è già stato predisposto: permessi, flussi di dati, endpoint di rete, telemetria, meccanismi di aggiornamento. Per l'utente, la domanda più semplice è anche la più concreta: «È stato mai attivo sui miei occhiali?». La risposta, per quanto emerge finora, è che non risulta una disponibilità pubblica della funzione; ma la notizia è rilevante perché suggerisce che Meta abbia valutato seriamente l'opzione e l'abbia avvicinata alla distribuzione più di quanto fosse percepibile dall'esterno.

Quando indossi gli occhiali non scegli di attivare una fotocamera, è già parte di come ti muovi nel mondo

In Europa le regole sono chiare, ma la zona grigia resta

Dal punto di vista europeo, l'attrito è duplice. Da una parte c'è il GDPR: i dati biometrici usati per identificare in modo univoco una persona rientrano nelle categorie particolari di dati sensibili e richiedono condizioni più stringenti — tipicamente consenso esplicito, finalità dichiarate in modo preciso e regole severe sulla conservazione. Dall'altra c'è la nuova cornice dell'AI Act, il regolamento europeo sull'intelligenza artificiale entrato in vigore nel 2024. Nelle FAQ della Commissione Europea viene ribadito che l'identificazione biometrica remota in tempo reale in spazi pubblicamente accessibili per finalità di contrasto alla criminalità è vietata, mentre quella post — ovvero a posteriori, su materiale già registrato — può essere consentita con autorizzazioni specifiche e vincoli precisi. Un paio di occhiali consumer non è automaticamente un sistema di sorveglianza istituzionale, ma un insieme di funzionalità come identificazione, liveness detection e gestione di archivi biometrici è destinato a suscitare domande sulla classificazione del rischio e sui controlli richiesti.

In Italia questa sensibilità ha radici concrete. Già al lancio dei Ray-Ban Stories, il Garante per la protezione dei dati personali aveva aperto un confronto con Facebook e Luxottica sulle implicazioni per la privacy, inclusa l'efficacia della piccola luce che segnala la registrazione. È un precedente utile perché mette in luce un punto spesso sottovalutato: per i dispositivi indossabili con fotocamera non basta la conformità sui dati, serve anche una progettazione dei segnali sociali — indicatori che comunichino alle persone attorno cosa sta succedendo. Se già quella luce è stata oggetto di attenzione da parte dell'autorità, l'idea di riconoscere automaticamente chi ti sta di fronte alza l'asticella in modo significativo: non si tratta più solo di «ti sto filmando», ma di «potrei sapere chi sei» senza che tu abbia alcun rapporto con quel dispositivo.

Da «capisce cosa vedo» a «capisce chi sto guardando»

La stessa architettura che rende gli smart glasses una piattaforma AI interessante — sensori sempre indosso, app companion, aggiornamenti frequenti, servizi cloud che migliorano nel tempo — è quella che rende più facile normalizzare una funzione di identificazione come opzione aggiuntiva, magari presentata come utilità pratica: «ricorda i nomi», «aiuta con i contatti», «assistenza in contesti professionali». Il problema è che il passaggio da «capisce ciò che vedo» a «capisce chi sto guardando» cambia categoria: entra nell'area dove consenso, audit, limitazioni di contesto e indicatori espliciti non sono dettagli accessori, sono la base della legittimità.

Meta può sostenere che distribuire codice non equivale ad attivare una funzione, e che in ambienti di sviluppo moderni è prassi comune preparare componenti per test e prototipi. La rimozione rapida dopo l'inchiesta può essere letta come reattività. Ma è esattamente qui che si misura la distanza tra una difesa tecnicamente plausibile e una risposta soddisfacente: se la funzione non era destinata agli utenti, perché licenziare una soluzione così specifica — con liveness detection e capacità di gestione di archivi biometrici su larga scala? E perché distribuire parte di quell'infrastruttura in un'app consumer invece di mantenerla confinata a dispositivi e account interni?

Per chi ha comprato questi occhiali — in Italia diversi rivenditori li propongono a partire da circa 419 euro, come prodotto di uso quotidiano e non come strumento professionale — le domande rimangono aperte. Cosa fa davvero il dispositivo, cosa potrebbe fare domani, quali controlli ha l'utente, come può verificarlo. Quando un'inchiesta mostra che nel software esistono componenti predisposti per l'identificazione biometrica, la fiducia non si recupera con un «non era attivo». Servono dettagli verificabili: quali dati sarebbero stati trattati in un eventuale test, dove sarebbero stati elaborati — sul dispositivo o su server remoti — cosa sarebbe stato conservato, per quanto tempo e con quali tutele. Sono domande a cui Meta non ha ancora risposto.