Antitrust & Big Tech

La Corte UE conferma la maxi-multa ad Android e fissa un precedente sui default digitali

La sentenza del 2 luglio 2026 chiude otto anni di contenzioso e rafforza la logica del Digital Markets Act: controllare le scelte predefinite è controllare il mercato

Il 2 luglio 2026 la Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha chiuso definitivamente uno dei procedimenti antitrust più lunghi della storia del digitale europeo. L'appello di Google e della sua capogruppo Alphabet è stato respinto: la multa da 4,1 miliardi di euro inflitta per le pratiche commerciali legate ad Android rimane valida nella sua interezza. È una cifra enorme, ma il dato economico è quasi secondario rispetto a ciò che la sentenza stabilisce sul piano dei principi: per l'Europa, la concorrenza nel mercato mobile non si vince solo con prodotti migliori, ma si controlla anche attraverso chi decide le impostazioni iniziali di un dispositivo.

Otto anni fa, tre accuse precise

La vicenda prende avvio dalla decisione della Commissione Europea del 18 luglio 2018, quando l'autorità antitrust di Bruxelles contestò a Google tre categorie di comportamenti. La prima riguardava l'obbligo imposto ai produttori di smartphone di preinstallare Google Search e il browser Chrome come condizione per accedere al Play Store, il negozio di applicazioni senza il quale un telefono Android difficilmente risulta competitivo. La seconda contestazione riguardava i cosiddetti accordi "anti-frammentazione": vincoli contrattuali che rendevano molto difficile distribuire dispositivi basati su versioni alternative e indipendenti di Android, i cosiddetti "fork". La terza, infine, riguardava incentivi economici riconosciuti ai produttori in cambio dell'esclusività di Google Search sui loro dispositivi.

È importante chiarire subito un equivoco che spesso accompagna questa vicenda: l'Unione Europea non ha messo sotto accusa Android in quanto sistema operativo, né ha contestato l'idea di un software a codice aperto distribuito liberamente. Il bersaglio era l'architettura contrattuale costruita attorno ad Android, quella che nella pratica rendeva quasi inevitabile che ogni smartphone venduto in Europa arrivasse sugli scaffali con i servizi Google già al centro dell'esperienza utente.

Il potere invisibile dei default

La sentenza del 2 luglio 2026 consolida questa lettura e la trasforma in un precedente giuridico di peso: nel mondo degli smartphone, controllare la distribuzione significa controllare il mercato. Un motore di ricerca alternativo o un browser diverso da Chrome sono scaricabili in pochi secondi da qualsiasi app store. Eppure, se la configurazione iniziale del telefono porta l'utente direttamente verso Search e Chrome, la stragrande maggioranza non cambierà mai quell'impostazione. Non si tratta di pigrizia, ma di un meccanismo ben documentato: il "default" funziona come un'autostrada. Non impedisce a nessuno di prendere strade secondarie, ma rende statisticamente molto probabile che non le prenda.

Chi imposta il default su un telefono nuovo decide già cosa sceglierà la maggior parte degli utenti

Questa logica spiega perché l'impatto della decisione va ben oltre il concetto di "punizione" per comportamenti passati. La vera posta in gioco sono i rimedi, cioè le modifiche strutturali che dovrebbero restituire reale contendibilità al mercato. Già dopo il 2018 Google aveva introdotto in Europa meccanismi di scelta, a partire dal cosiddetto "choice screen" per la selezione del motore di ricerca su Android, annunciato nell'agosto 2019. Ma la storia della regolazione europea insegna che l'esistenza formale di un menu non basta: il design dell'interfaccia conta, il momento in cui viene mostrata conta, e conta soprattutto la capacità di verificarne l'efficacia nel tempo.

Dal processo alla regola permanente

Non a caso, la Commissione ha lavorato negli ultimi anni per cambiare approccio: meno interventi correttivi "dopo" (il cosiddetto approccio ex post del diritto antitrust tradizionale), più obblighi stabili "prima" (l'approccio ex ante). Questo è esattamente ciò che fa il DMA, il Regolamento sui mercati digitali entrato pienamente in vigore per i grandi operatori il 7 marzo 2024. Alphabet è stata designata "gatekeeper" — cioè guardiano dell'accesso ai mercati digitali — il 6 settembre 2023, e da marzo 2024 deve rispettare pienamente tutti gli obblighi previsti dal regolamento.

In questo quadro, Google ha descritto una serie di modifiche che vanno oltre la sola ricerca: una schermata di scelta del browser durante la configurazione iniziale dei dispositivi Android, e schermate analoghe su Chrome anche su piattaforme diverse da Android. Il principio che emerge non è solo tecnico: l'Unione sta trasformando la questione dei default in un obbligo regolatorio permanente. Non più una concessione negoziata per chiudere un caso specifico, ma uno standard che si applica per definizione a chiunque sia riconosciuto come gatekeeper di un ecosistema digitale.

Cosa cambia per chi compra uno smartphone

Una domanda concreta: cosa percepisce davvero chi compra un telefono Android in Europa, e quindi in Italia? Nell'immediato, è improbabile che l'esperienza quotidiana cambi in modo radicale. I cambiamenti avvengono ai margini: una schermata aggiuntiva durante la configurazione iniziale, un'impostazione predefinita che può essere modificata con meno passaggi, un browser alternativo più visibile nel momento in cui si accende il dispositivo per la prima volta. La concorrenza, in questo contesto, non si manifesta come una rivoluzione ma come una variazione di probabilità: quanti utenti, di fronte a una schermata di scelta reale, scelgono davvero qualcosa di diverso.

I dati di mercato aiutano a capire quanto la strada sia ancora lunga. Nel maggio 2025 Google controllava circa l'89,45% del traffico di ricerca in Europa su tutti i dispositivi, mentre Bing si fermava al 4,11%. Numeri che descrivono un mercato in cui la contendibilità, almeno finora, è rimasta molto limitata. E che rendono visibile il rischio principale di qualsiasi rimedio basato su schermate di scelta: quello che potremmo chiamare compliance cosmetica, ovvero strumenti formalmente corretti ma incapaci di incidere sul comportamento reale degli utenti o sugli incentivi economici che orientano produttori e distributori.

Una quota del 89% nella ricerca europea dice che le schermate di scelta, da sole, non bastano

Il nodo dei produttori e il paradosso open source

C'è un secondo livello della questione, meno visibile all'utente finale ma determinante per l'intero ecosistema: il ruolo dei produttori di smartphone. Il caso antitrust del 2018 era costruito attorno al valore del Play Store e delle app Google come pacchetto inscindibile: un produttore può tecnicamente adottare Android in versione aperta, senza accordi con Google, ma in molti mercati un dispositivo privo dei servizi Google è molto più difficile da vendere. Questa asimmetria spiega perché i contratti hanno pesato più della filosofia "open source": il codice può essere libero, ma l'economia della distribuzione può essere molto chiusa.

In Italia questo equilibrio si vede con particolare chiarezza: Android domina nelle fasce di prezzo medio-basse, mentre iPhone concentra la sua forza nel segmento premium. È esattamente nelle fasce più popolari che i default esercitano il loro effetto maggiore, su decine di modelli diversi, canali retail e promozioni. Se l'adeguamento alle nuove regole introduce costi aggiuntivi di implementazione o complessità di supporto, è lecito attendersi che quei costi ricadano sui produttori che competono già su margini ridotti. Non è un'ipotesi catastrofica, ma indica che il conflitto tra tutela della scelta del consumatore e incentivi industriali è reale, e produce attriti soprattutto dove la competizione è più intensa.

Il prossimo campo di battaglia è l'intelligenza artificiale

C'è un elemento che nel 2026 rende la questione dei default molto più complessa rispetto al 2018: il "default" non è più soltanto un'icona nella schermata iniziale del telefono. Sta diventando un assistente vocale, un layer di intelligenza artificiale integrato nel sistema operativo, una scorciatoia nella barra di ricerca che anticipa le domande dell'utente, un suggerimento personalizzato durante la configurazione. Il campo di competizione si sposta dall'applicazione preinstallata alla posizione privilegiata all'interno del flusso di esperienza. Questo rende più difficile per i regolatori identificare e tipizzare i comportamenti anticoncorrenziali, e più facile per un operatore dominante spostare la leva strategica senza cambiare la sostanza.

Il 25 marzo 2024 la Commissione ha già aperto procedimenti formali contro Alphabet per verificare la compliance al DMA, includendo preoccupazioni legate alla cosiddetta self-preferencing — cioè la tendenza di Google a favorire i propri servizi nei risultati di ricerca — e ad altri aspetti dell'attuazione. È un segnale preciso: la regolazione europea sta cercando di passare dall'evento giudiziario isolato alla sorveglianza continuativa del mercato.

Il contenzioso Android si chiude, ma il tema che lo ha reso possibile rimane al centro della competizione digitale europea. Quando l'avvio di un nuovo telefono inizierà a somigliare sempre di più all'ingresso in un ecosistema di intelligenza artificiale — con un assistente che propone, suggerisce e anticipa — la domanda su chi controlla quel primo momento diventerà ancora più decisiva di quanto non fosse nel 2018.