OpenAI propone una quota pubblica del 5%: la posta è più alta del numero
Sam Altman ha avanzato l'idea di cedere una quota azionaria a un fondo federale ispirato al modello Alaska, coinvolgendo anche altri grandi laboratori americani di intelligenza artificiale
OpenAI sta discutendo con il governo degli Stati Uniti l'idea di trasferire il 5% della propria quota azionaria a un veicolo d'investimento pubblico, con l'ambizione che anche altri grandi laboratori americani di intelligenza artificiale facciano altrettanto. La notizia, riportata dal Financial Times e ripresa da più testate, evoca un modello preciso: l'Alaska Permanent Fund, un fondo statale che investe risorse naturali e distribuisce i proventi ai cittadini sotto forma di dividendo annuale. Ma dietro il numero — 5% — si nasconde una proposta con implicazioni ben più ampie di quelle che sembrano.
Il modello Alaska non è un assegno magico
Per capire la portata della proposta, vale la pena spiegare cosa sia davvero l'Alaska Permanent Fund. Non si tratta di un sussidio pubblico, ma di un'architettura finanziaria: lo Stato dell'Alaska ha trasformato le entrate derivanti dall'estrazione di petrolio e risorse minerarie in un patrimonio gestito nel lungo periodo. Al 31 maggio 2026, l'Alaska Permanent Fund Corporation registrava 114,5 miliardi di dollari di guadagni complessivi dalla creazione del fondo, contribuendo per oltre il 66% alle entrate generali dello Stato attraverso un meccanismo di prelievo annuale basato sul valore di mercato del patrimonio. Un eventuale "fondo AI" federale dovrebbe quindi affrontare scelte molto concrete: come viene gestito, secondo quali regole si preleva e, soprattutto, con quale logica si distribuisce il valore — non solo economica, ma anche politica.
L'idea arriva in un momento in cui Washington ha già cominciato a trattare l'intelligenza artificiale come un'infrastruttura sensibile, non come un semplice mercato tecnologico. Il 26 giugno 2026, OpenAI ha comunicato che il rilascio di GPT-5.6 sarebbe avvenuto inizialmente come anteprima limitata su richiesta del governo americano, con accesso ristretto a un gruppo selezionato di partner. La stessa OpenAI ha precisato che non considera questo tipo di controllo preventivo un meccanismo auspicabile nel lungo periodo. La sequenza temporale è significativa: prima una stretta sui tempi di distribuzione dei modelli, poi una proposta che mette lo Stato dentro la struttura proprietaria dell'azienda.
Equity non è una tassa: cambia tutto
Il punto di frizione reale non è la percentuale, ma la forma dell'intervento. Un prelievo su ricavi o consumi di servizi AI è uno strumento tradizionale: si incassa, si redistribuisce, si finanziano programmi pubblici. La partecipazione azionaria — l'equity — funziona diversamente: fa coincidere due ruoli che di solito si tengono separati. Da un lato lo Stato come regolatore, chiamato a stabilire regole su sicurezza, concorrenza e trasparenza. Dall'altro lo Stato come investitore, con un interesse diretto nell'apprezzamento del settore che dovrebbe sorvegliare. È qui che il "modello Alaska" smette di essere una metafora e diventa un problema di governo.
In teoria, un fondo pubblico con quote minoritarie potrebbe restare passivo, senza diritti di voto né accesso a informazioni riservate. Un precedente recente è stato citato nel dibattito americano: nell'agosto 2025, Intel ha concordato una partecipazione governativa del 9,9% legata ai finanziamenti previsti dal CHIPS Act. Ma l'analogia con l'AI regge solo in parte. Intel è una società quotata in borsa, con dati pubblici e un perimetro normativo industriale già consolidato. I laboratori di intelligenza artificiale più avanzati operano invece in un regime ibrido: valutazioni private, segreto industriale e rischi di utilizzo duale dei modelli rendono molto più delicata qualunque relazione strutturale con lo Stato.
Uno Stato che regola e investe nello stesso settore crea un conflitto difficile da ignorare
Un 5% che sposta la trattativa
La proposta di OpenAI è anche una mossa di posizionamento politico. Il 5% è abbastanza grande da sembrare credibile, abbastanza piccolo da non sembrare una nazionalizzazione. Nelle stesse settimane circolano idee legislative ben più radicali: secondo ricostruzioni di Axios e altre testate, alcune iniziative attribuite al senatore Bernie Sanders ipotizzano una partecipazione pubblica fino al 50% nelle grandi società AI, con meccanismo di dividendo. In questo contesto, un 5% può diventare un compromesso praticabile — una proposta che sposta il terreno della negoziazione e offre ai decisori politici una narrativa spendibile: anche il pubblico partecipa ai frutti dell'intelligenza artificiale.
Ma qui emerge la domanda più concreta: cosa cambierebbe davvero per i cittadini? Il modello Alaska viene spesso raccontato come un dividendo annuale universale, e i numeri mostrano quanto questa promessa sia potente sul piano politico. Il Dipartimento delle Entrate dell'Alaska ha annunciato che il dividendo del Permanent Fund 2025 è stato fissato a 1.000 dollari, distribuiti a oltre 600.000 beneficiari aventi diritto a partire dall'ottobre di quell'anno. Il problema, per un ipotetico fondo AI federale, è che detenere quote di una società privata non genera automaticamente liquidità distribuibile: il valore può crescere sulla carta senza produrre denaro reale, soprattutto se l'azienda non è quotata e non eroga dividendi. La promessa di un "dividendo AI" rischia di scontrarsi con la natura stessa degli asset che dovrebbero alimentarlo.
Serve il Congresso, e lì tutto si complica
C'è una parola che nella notizia resta sullo sfondo ma che ne determina la concreta realizzabilità: Congresso. Un trasferimento di quote azionarie, la creazione di un veicolo d'investimento pubblico e la definizione di regole di distribuzione difficilmente possono reggersi su un accordo informale tra l'azienda e l'esecutivo. Le ricostruzioni più caute concordano: l'implementazione richiederebbe quasi certamente un atto legislativo. E una volta che il Congresso entra nel disegno del fondo, entra anche la politica del "quanto" e del "a chi": dividendi ai cittadini, finanziamento della spesa pubblica, investimenti in infrastrutture per l'AI — dai datacenter alla rete energetica — programmi di riqualificazione del lavoro, risorse per la sicurezza informatica. Il caso Alaska insegna che l'entità del dividendo è sempre il risultato di una trattativa, non una formula immutabile.
Sul fronte competitivo si apre un altro livello di complessità. La proposta, nelle ricostruzioni del Financial Times riprese da Guardian e Reuters, prevede che non sia solo OpenAI a cedere quote, ma che lo facciano anche altri laboratori americani. Se attori come Google, Meta e Anthropic restassero fuori, OpenAI otterrebbe soprattutto un vantaggio reputazionale: si presenterebbe come l'azienda che "restituisce" parte del valore e cerca un patto con lo Stato. Se invece l'adesione diventasse trasversale, nascerebbe un veicolo pubblico con partecipazioni in più concorrenti diretti — uno scenario che, senza meccanismi di separazione molto robusti, solleverebbe interrogativi antitrust e problemi di gestione delle informazioni sensibili, creando un nuovo centro di potere politico-industriale.
Accettare che il pubblico abbia una quota dell'AI rende difficile fermarsi al 5%
L'Europa guarda con occhi diversi
Per chi legge dall'Italia, il contesto europeo rende questa dinamica ancora più interessante. Molte delle aziende potenzialmente coinvolte sono già nel mirino regolatorio dell'Unione Europea: la Commissione ha designato Alphabet e Meta come gatekeeper — cioè controllori di accesso ai mercati digitali — nell'ambito del DMA, e supervisiona le piattaforme online più grandi attraverso il DSA. OpenAI ha già sperimentato direttamente che in Europa la legittimazione passa da autorità indipendenti: il Garante per la protezione dei dati personali italiano ha chiuso l'istruttoria su ChatGPT con una sanzione da 15 milioni di euro e prescrizioni correttive. In questo quadro, un accordo azionario con Washington potrebbe essere letto in Europa non come una garanzia di responsabilità, ma come un segnale di progressiva politicizzazione dell'AI americana.
Vale anche la pena notare come stia cambiando la forma stessa del controllo pubblico sull'AI: non più solo regole di sicurezza e verifiche tecniche, ma negoziazione sui tempi di rilascio dei modelli e ora potenzialmente partecipazioni azionarie. Il caso GPT-5.6 — con accesso iniziale limitato su pressione del governo — dimostra che l'intervento statale può avvenire prima ancora che esista una legge organica sull'intelligenza artificiale di frontiera. Se lo Stato diventa anche investitore, il confine tra regolare e guidare si assottiglia: ogni decisione su restrizioni o autorizzazioni potrebbe essere letta sia come tutela dell'interesse pubblico sia come tutela del valore dell'investimento.
Una grammatica nuova per la legittimazione dell'AI
In questa ambivalenza sta la chiave interpretativa della proposta. Altman sembra voler trasformare un rischio politico — l'idea che l'AI stia concentrando ricchezza e potere in poche società private — in un'architettura che redistribuisce almeno una parte del valore senza stravolgere la proprietà privata. Ma l'equity non è una forma neutra di redistribuzione: porta con sé diritti, aspettative e conflitti di interessi, anche quando si promette passività. E soprattutto crea un precedente difficile da contenere.
La parte che manca — e che determinerà se la proposta resterà un'idea o diventerà una politica — è la definizione dei vincoli: come viene governato il veicolo, quali diritti sono collegati alle quote, come si proteggono i processi decisionali da interferenze politiche e come si strutturano le regole di distribuzione affinché il "dividendo pubblico" non diventi una variabile di campagna elettorale. Per ora, il punto fermo è che negli Stati Uniti l'intelligenza artificiale viene trattata sempre meno come un mercato qualunque e sempre più come un asset strategico nazionale. L'offerta del 5% rende questo passaggio visibile in un numero semplice — e proprio per questo obbliga a chiedersi quale sia il prezzo istituzionale e competitivo di trasformare una valutazione privata in una promessa pubblica.