Droni e regole

La FCC classifica il LiDAR come tecnologia militare e minaccia il mercato dei droni

Una proposta regolatoria americana potrebbe bloccare importazione e vendita di droni stranieri con sensori avanzati, colpendo funzioni nate per la sicurezza civile

A prima vista sembra una disputa tecnica tra regolatori americani e produttori di droni stranieri. In realtà, la proposta avanzata dalla FCC — l'autorità americana per le telecomunicazioni — tocca un nodo molto più profondo: fino a che punto una tecnologia nata per rendere i droni più sicuri può essere trattata come una minaccia alla sicurezza nazionale?

Una regola che cambia le regole del mercato

La proposta in questione, identificata come Public Notice DA 26-758 e pubblicata sul Federal Register, non si limita a bloccare i nuovi modelli di droni stranieri. Punta a colpire anche i modelli già autorizzati e ancora in vendita, vietandone l'importazione e la commercializzazione continuata. È un cambio di postura significativo: non si discute più solo di cosa potrà arrivare sugli scaffali domani, ma di cosa potrà restarci.

Il criterio adottato è quello delle capacità: se un drone straniero integra LiDAR, sensori termici, può volare in sciame coordinato, dispone di stazioni di ricarica automatica, è usato per l'irrorazione agricola o supera una certa massa, viene classificato come dotato di caratteristiche "military-grade" — cioè di livello militare. Da lì scatta il potenziale divieto.

Il LiDAR che rileva gli ostacoli notturni diventa una minaccia

Vale la pena soffermarsi sul LiDAR, perché è qui che il paradosso si fa più evidente. Il LiDAR — acronimo di "Light Detection and Ranging" — è una tecnologia che misura distanze emettendo impulsi laser e analizzando i rimbalzi. Nelle applicazioni professionali viene usato per mappature 3D precise. Nei droni consumer di ultima generazione, però, ha un ruolo molto più quotidiano: serve principalmente a rilevare ostacoli, specialmente di notte o in condizioni di scarsa visibilità, dove le fotocamere tradizionali faticano.

DJI descrive l'Air 3S come il primo modello con LiDAR frontale, usato insieme ad altri sensori per rilevare ostacoli anche in scenari notturni. Per il Mini 5 Pro, il LiDAR anteriore viene presentato come parte di un sistema di rilevamento omnidirezionale pensato per volare in modo più sicuro. Sono funzioni di sicurezza civile, progettate per ridurre incidenti e collisioni — non payload militari.

Un regolatore che ragiona in ottica di sicurezza nazionale, però, tende a guardare le stesse capacità da un'angolazione diversa: un sensore che migliora la percezione dell'ambiente può potenzialmente abilitare anche impieghi ostili. Lo stesso vale per il termico — utile per cercare persone disperse o individuare dispersioni di calore su un tetto — e per la capacità di volare in formazione, che può fare uno show luminoso ma è anche un tassello tecnico per applicazioni più aggressive.

Vietare il sensore anticollisione non elimina il rischio, toglie la protezione

Quando il divieto rende i droni meno sicuri

Il paradosso più concreto è quello che nel settore viene chiamato effetto "ban-by-components": vietando un componente specifico, si scoraggia non l'uso pericoloso ma quello responsabile. Se i produttori, per restare sul mercato americano, eliminassero il LiDAR dai loro droni, il risultato sarebbero velivoli con sistemi anticollisione meno efficaci. In un settore dove la maturità di queste funzioni ha contribuito significativamente a ridurre gli errori dei piloti amatoriali, non è una conseguenza neutra.

Questo è il terreno su cui si gioca la consultazione pubblica, aperta fino al 2 settembre 2026. Se la proposta venisse adottata così com'è, il divieto entrerebbe in vigore circa 180 giorni dopo la pubblicazione ufficiale. Il passaggio cruciale sarà capire se il testo finale manterrà una definizione ampia — "contiene o integra" LiDAR — o se distinguerà tra sensori di percezione per la sicurezza e strumenti professionali per scansione e mappatura.

Il precedente di dicembre e il mercato dominato da un solo attore

La proposta attuale si inserisce in una sequenza regolatoria precisa. Il 22 dicembre 2025 la FCC aveva già aggiornato la sua lista di dispositivi considerati a rischio, bloccando i nuovi modelli di droni stranieri su base prospettica — cioè senza toccare quelli già autorizzati e in circolazione. La consultazione attuale serve proprio a chiudere quella che, dal punto di vista dell'agenzia, è rimasta una scappatoia: i modelli approvati prima del giro di vite, ancora importabili e vendibili.

L'impatto potenziale è tutt'altro che marginale. Un documento depositato nell'ambito del dossier regolatorio BIS-2025-0059 riporta che DJI detiene il 90% delle registrazioni di operatori professionali negli Stati Uniti, sulla base dei dati FAA Part 107 del 2024. È un dato imperfetto — le registrazioni non fotografano tutto il mercato consumer — ma rende bene l'ordine di grandezza della dipendenza operativa dal principale fornitore, che è cinese.

In uno scenario del genere, anche una restrizione che sulla carta colpisce solo alcune categorie avanzate può produrre ricadute a catena: meno piattaforme alternative disponibili, accessori e batterie meno reperibili, costi più alti per chi gestisce flotte già ammortizzate. Chi possiede già un drone non vedrebbe il proprio dispositivo spento per legge, ma potrebbe ritrovarsi senza ricambi ufficiali, senza aggiornamenti e con canali di assistenza sempre più complicati. In un settore dove batterie ed eliche si consumano, la differenza tra "posso volare" e "posso volare in sicurezza" è molto meno teorica di quanto sembri.

Il rischio regolatorio diventa una variabile di prodotto, come la durata della batteria

L'Europa sceglie un approccio diverso

Per un lettore italiano, la questione potrebbe sembrare distante: è una norma americana, riguarda il mercato statunitense. Due elementi la rendono però rilevante anche qui. Primo: DJI vende gli stessi modelli a livello globale — il DJI Store italiano presenta l'Air 3S con il LiDAR frontale come funzione chiave per il rilevamento ostacoli notturno, esattamente come fa quello americano. Secondo: le scelte regolatorie dei mercati grandi tendono a influenzare le politiche altrove, anche senza copie dirette.

L'Unione Europea, al momento, ha imboccato una strada diversa. Invece di vietare specifiche capacità, sta costruendo un sistema orizzontale di requisiti di cybersicurezza per tutti i prodotti digitali, con il CRA — Regolamento (UE) 2024/2847 — come strumento centrale. L'idea di fondo è che non conti solo la provenienza di un prodotto, ma come è progettato, aggiornato e gestito nel corso della sua vita utile. In parallelo, la direttiva NIS2 (Network and Information Security 2) rafforza gli obblighi di gestione del rischio cyber per settori critici, con attenzione crescente alla catena di fornitura.

È un'impostazione più chirurgica rispetto a quella americana — basata su audit e requisiti verificabili anziché su liste di capacità vietate — ma richiede più tempo, standard condivisi e capacità amministrativa. La proposta FCC rappresenta invece una scelta di enforcement rapida: definisci una categoria, la blocchi. Per l'utente finale, però, quella semplificazione si traduce in incertezza operativa: il sensore che oggi rende il drone più sicuro potrebbe essere domani l'elemento che lo rende difficile da acquistare, mantenere o aggiornare. Se la logica per capacità diventasse la nuova normalità, la domanda che si pone il mercato è semplice: quale tecnologia che rende i droni più autonomi e precisi è al sicuro dalla prossima lista?