Nvidia arretra in Cina e i produttori locali di chip AI guadagnano terreno
Nel 2025 i chipmaker cinesi hanno raggiunto il 41% del mercato degli acceleratori per intelligenza artificiale, mentre Nvidia scende dal 95% a poco più del 55%
Fino a pochi anni fa sembrava impensabile: nel 2025 i produttori cinesi di chip per intelligenza artificiale hanno conquistato il 41% delle vendite di server AI in Cina, mentre Nvidia — il colosso americano che fino a poco tempo fa dominava con il 95% del mercato — è scesa a poco più del 55%, con circa 2,2 milioni di unità consegnate. Sono dati raccolti dalla società di ricerca IDC e riportati da Reuters, e fotografano un mercato profondamente cambiato in un solo anno.
Quello che colpisce non è solo la perdita di quota, ma la velocità con cui è avvenuta. I data center — i grandi edifici pieni di server che fanno girare servizi cloud, motori di ricerca e modelli di intelligenza artificiale — di solito rinnovano la loro infrastruttura in cicli lunghi, con acquisti pianificati anni prima. Vedere un ribilanciamento così rapido significa che la spinta non è venuta da una semplice preferenza tecnica, ma da qualcosa di più urgente: la necessità di comprare componenti la cui disponibilità futura fosse garantita.
Le sanzioni americane hanno cambiato tutto
Il motore di questa trasformazione sono i controlli all'esportazione imposti dagli Stati Uniti. Dal 2022 in poi Washington ha progressivamente vietato o limitato la vendita alla Cina di semiconduttori avanzati, cioè i chip più potenti, e delle piattaforme software necessarie per usarli su larga scala. L'obiettivo dichiarato è impedire che tecnologie strategiche finiscano a supporto di applicazioni militari o di sorveglianza di massa.
Nvidia ha risposto creando versioni dei suoi prodotti appositamente modificate per rispettare i limiti imposti dalla legge americana — chip tecnicamente meno capaci, progettati per restare entro le soglie consentite. Ma questa soluzione ha un limite evidente: ogni nuova stretta normativa può rendere insufficiente, da un giorno all'altro, anche l'hardware pensato per essere "conforme".
Il caso più emblematico è quello della GPU H20, una scheda di Nvidia progettata appositamente per il mercato cinese. Ad aprile 2025, il governo americano ha imposto una licenza obbligatoria per esportare H20 verso la Cina, con effetto immediato e durata indefinita. Nvidia ha dovuto dichiarare un impatto contabile di 5,5 miliardi di dollari legato a scorte e ordini già in corso. Per i clienti cinesi, il messaggio era chiaro: anche il prodotto creato apposta per loro poteva diventare inaccessibile senza preavviso.
Per chi gestisce un data center, questo tipo di incertezza è più dannoso di qualsiasi gap di prestazioni. Se non sai quando arrivano i chip, non puoi pianificare quando attivare i tuoi sistemi, e quindi non sai quando inizierai a recuperare l'investimento fatto.
La vera concorrenza oggi non è tra chip più veloci e chip meno veloci, ma tra certezza e incertezza di fornitura
Huawei avanza, ma con molti asterischi
Il principale beneficiario di questo scenario è Huawei, l'azienda tecnologica cinese già al centro di un lungo conflitto commerciale con gli Stati Uniti. Secondo i dati IDC, Huawei ha consegnato circa 812.000 chip AI nel 2025, pari al 20% del mercato. L'azienda ha anche presentato un nuovo acceleratore, l'Atlas 350, dichiarando prestazioni molto superiori rispetto alla H20 di Nvidia in certi scenari di utilizzo.
Su questo punto vale però una precisazione. Nel mondo dei chip per intelligenza artificiale, le prestazioni dipendono da molti fattori: dal tipo di compito svolto (addestrare un modello da zero o farlo funzionare su dati nuovi), dalla precisione dei calcoli richiesta, dalla velocità della rete che collega i diversi chip tra loro, e da quanto bene il software riesce a sfruttare l'hardware. Un'affermazione del tipo "tre volte più veloce" può essere vera in condizioni molto specifiche e poco significativa nel caso d'uso reale.
Oltre a Huawei, stanno crescendo altri produttori: T-Head (il ramo chip di Alibaba), Baidu con la linea Kunlunxin, e Cambricon. Non si tratta di aziende che competono tutte nello stesso modo — alcune puntano a servire i propri sistemi interni, altre cercano clienti esterni — ma l'effetto complessivo è lo stesso: la domanda di chip AI in Cina si sta frammentando e diventa meno dipendente da un singolo fornitore straniero.
Il vantaggio nascosto di Nvidia: il software
Per capire perché Nvidia, pur perdendo quota, resta ancora ampiamente in testa, bisogna spostare l'attenzione dal chip al sistema. Un acceleratore AI non funziona da solo: ha bisogno di memorie ad alta velocità (chiamate HBM), di componenti di collegamento tra i chip, di schede server progettate appositamente. E soprattutto ha bisogno di software.
Negli anni Nvidia ha costruito un ecosistema chiamato CUDA: un insieme di strumenti, librerie e ottimizzazioni che permette agli sviluppatori di passare rapidamente da un prototipo sperimentale a un sistema in produzione. Migliaia di ricercatori e ingegneri in tutto il mondo hanno imparato a lavorare con CUDA, e riscrivere il proprio codice per un chip diverso ha un costo enorme in tempo e risorse. Questo ecosistema software è la vera barriera che protegge Nvidia dalla concorrenza, più che le specifiche tecniche delle singole GPU.
Il problema, però, è che quando la geopolitica entra in campo, l'obiettivo non è più trovare il chip migliore: è ricostruire l'intero sistema su basi locali, dal software alla gestione dei cluster, fino alle politiche di sicurezza e conformità alle normative nazionali. Ed è qui che anche il vantaggio software di Nvidia si indebolisce.
La Cina mette sotto esame anche i chip stranieri
A complicare ulteriormente il quadro c'è una pressione che arriva dall'interno della Cina stessa. A luglio 2025, la Cyberspace Administration of China ha convocato Nvidia per chiarimenti su presunti rischi di sicurezza legati ai chip H20, compresa l'ipotesi di "backdoor" — cioè accessi nascosti che potrebbero permettere a terzi di spiare o interferire con i sistemi. Nvidia ha ribadito il proprio impegno sulla cybersicurezza, ma l'episodio ha reso evidente una dinamica nuova.
I compratori cinesi si trovano così stretti tra due pressioni opposte: da un lato le restrizioni americane che limitano cosa possono acquistare, dall'altro le autorità cinesi che scrutinano la sicurezza di ciò che comprano. In questo contesto, anche un chip tecnicamente inferiore può diventare la scelta razionale, semplicemente perché elimina entrambi i rischi in un colpo solo.
Un chip meno potente ma sempre disponibile può valere più di uno all'avanguardia ma a rischio blocco
Il collo di bottiglia che nessuno cita
C'è però un limite fisico che tende a sparire nelle discussioni pubbliche e che potrebbe frenare la crescita dei produttori cinesi. I chip AI più avanzati dipendono da memorie HBM e da tecniche di assemblaggio sofisticate — il cosiddetto advanced packaging — che nel mondo sono prodotte da pochissime aziende, concentrate principalmente in Corea del Sud, Giappone e Taiwan. La catena di fornitura di questi componenti è uno dei colli di bottiglia più difficili da aggirare rapidamente per la Cina.
Questo significa che la crescita registrata nel 2025, pur reale e significativa, non garantisce automaticamente che i produttori locali possano aumentare i volumi senza difficoltà negli anni successivi. Dipenderà dalla capacità produttiva disponibile, dall'accesso ai componenti critici e dalla maturità industriale di un settore ancora in costruzione.
Un cambio strutturale o una soluzione temporanea?
Guardando al totale del 2025, i compratori cinesi hanno ricevuto complessivamente circa 4 milioni di acceleratori per server AI: 2,2 milioni da Nvidia e 1,65 milioni da produttori locali. Quando i volumi domestici raggiungono questa dimensione, si crea un effetto a cascata: crescono le competenze locali, gli sviluppatori imparano a ottimizzare il software per quei chip, le università formano ingegneri su quelle piattaforme. Con una base installata significativa, l'ecosistema alternativo inizia ad autoalimentarsi.
C'è anche un aspetto che rende il cambiamento difficilmente reversibile. Se anche gli Stati Uniti rendessero più stabili e prevedibili le regole per i chip destinati alla Cina, la traiettoria verso un ecosistema tecnologico parallelo potrebbe comunque continuare. Una volta che un'azienda ha investito nell'adattare il proprio software, nel formare il personale e nell'integrare strumenti locali, tornare indietro ha un costo molto alto. Il mercato smette di scegliere "il chip migliore" e inizia a scegliere "lo stack che riduce rischi e incertezze".
Per AMD, che i dati collocano al quarto posto con circa 160.000 unità e il 4% del mercato cinese, il quadro è simile a quello di Nvidia: quando l'accesso a un mercato è condizionato da controlli all'esportazione, la competizione non si gioca solo sulle prestazioni tecniche ma sulla capacità di garantire fornitura continuativa nel tempo.
Il 2025 è stato l'anno in cui la mappa del mercato dei chip AI ha cambiato colore. Il 2026 dirà se i produttori cinesi stanno costruendo un ecosistema alternativo solido, o se per ora stanno semplicemente comprando quello che possono comprare, in attesa che le condizioni cambino.