AI e sicurezza

Negli USA chi critica i data center finisce nel mirino dei servizi segreti

Il Department of Homeland Security e l'FBI trattano l'opposizione all'intelligenza artificiale come un'area di rischio emergente, con sorveglianza su attivisti e proteste locali

Una parola nuova sta circolando nei report riservati delle agenzie di sicurezza americane: anti-tech extremism. Non si tratta di una categoria legale, ma di un'etichetta operativa che il DHS e l'FBI stanno usando per classificare persone e gruppi ostili all'intelligenza artificiale e alle infrastrutture digitali, in particolare i data center. A renderlo pubblico è un'inchiesta pubblicata il 26 maggio 2026 da WIRED, basata su oltre mille pagine di report riservati prodotti da DHS, FBI e dai cosiddetti fusion center — centri di condivisione delle informazioni tra agenzie federali e locali. I documenti descrivono un cambiamento di priorità e di linguaggio nel modo in cui proteste e opposizioni a cantieri e sistemi di AI vengono osservate e archiviate.

Quando il cemento diventa terreno di conflitto

Per capire perché questa vicenda riguarda tutti, bisogna partire da un dato strutturale. La crescita dell'AI sta spostando il peso della tecnologia dal software all'infrastruttura fisica. Un data center non è un'applicazione che si contesta online: è un edificio che richiede permessi edilizi, consuma enormi quantità di acqua ed energia, produce rumore e traffico, e trasforma il territorio intorno a sé. Chi protesta contro un data center lo fa nello stesso modo in cui si protesta contro un inceneritore o un'autostrada: presidiando cantieri, scattando fotografie, rivolgendosi ai media locali, partecipando alle assemblee pubbliche.

È esattamente qui che nasce la tensione descritta nei documenti. Attività del tutto ordinarie — osservare un cantiere, fotografare un'area pubblica, fare domande agli appaltatori — rischiano di finire in liste di «indicatori sospetti», accanto a comportamenti effettivamente illegali. Questo meccanismo ha un nome tecnico: mission creep, ovvero l'espansione graduale della missione di sorveglianza verso ambiti sempre meno legati a reati concreti e sempre più legati a opinioni, associazioni, presenza fisica in luoghi considerati sensibili.

Fotografare un cantiere potrebbe bastare per finire in un report di intelligence federale

Un precedente che pesa ancora

Questo non è terreno inesplorato. La rete dei fusion center, nata dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 come sistema di condivisione delle informazioni tra livello federale e locale, ha già prodotto in passato effetti collaterali documentati. Nel 2012 un'indagine del SPSI — la sottocommissione permanente d'inchiesta del Senato americano — ha criticato duramente questi centri per inefficacia e per aver prodotto intelligence definita «irrilevante, inutile o inappropriata», con potenziali violazioni delle libertà civili. Il problema non era l'intenzione, ma la logica del sistema: sotto pressione per produrre risultati in fretta, questi centri tendono a raccogliere grandi quantità di segnali a basso valore, spesso presi da fonti pubbliche, perché la quantità viene premiata più della qualità e della pertinenza.

Il rischio si amplifica quando entra in gioco l'OSINT, cioè la raccolta e l'analisi di informazioni disponibili pubblicamente: post sui social, forum, registri pubblici, immagini, eventi. Di per sé è uno strumento legittimo, usato anche da giornalisti e ricercatori. Il problema nasce quando l'OSINT alimenta sistemi di intelligence condivisa senza trasparenza, con criteri opachi di classificazione. Un errore diventa «appiccicoso»: una volta inserito in un report e ridistribuito tra agenzie, tende a riemergere in contesti diversi, anche se l'evento originario era del tutto innocuo.

Per comprendere come l'etichetta anti-tech si innesti su strutture già esistenti, è utile guardare a come le agenzie americane organizzano la loro tassonomia del rischio. Un documento ufficiale FBI/DHS sul terrorismo domestico mostra come le agenzie usino categorie operative come "Domestic Violent Extremist" per classificare le minacce. Anche quando una nuova etichetta non costituisce una categoria legale autonoma, può diventare una scorciatoia amministrativa: entra nei briefing, nelle schede di reporting, nei criteri di allerta. Ed è lì che la linea tra «valutazione del rischio» e «monitoraggio del dissenso» tende a sfumare.

Chi controlla chi sorveglia

L'ACLU — la principale organizzazione americana per i diritti civili — ha avviato un'azione legale basata sul Freedom of Information Act per ottenere documenti su come le JTTF e i fusion center abbiano monitorato proteste e comunità, sostenendo che in passato siano stati diffusi report basati su attività protette dalla Costituzione e senza connessione con reati. La scelta di questo strumento è già di per sé eloquente: quando la sorveglianza si sposta su aree grigie come le proteste, il nodo non è solo cosa fanno le agenzie, ma chi può scoprirlo, con che tempi e con quali rimedi. In una parola: accountability.

Dal punto di vista delle forze dell'ordine, la logica è comprensibile: se i data center vengono classificati come infrastrutture critiche — alla stregua di centrali elettriche o reti idriche — allora un'ideologia ostile a queste strutture può essere interpretata come possibile movente per sabotaggi o atti violenti. Prevenire, in questa ottica, significa intercettare segnali precoci. Dal punto di vista dei diritti civili, però, il rischio è il cosiddetto chilling effect: la dissuasione dal partecipare a proteste legittime per paura di essere schedati o catalogati in una categoria difficile da scrollarsi di dosso.

La sorveglianza rischia di colpire il conflitto in sé, non l'illecito

Energia, territorio e proteste in crescita

Perché proprio adesso? Perché la spinta infrastrutturale dell'AI sta accelerando, e con essa accelerano sia le contestazioni locali sia la pressione sulle autorità a «proteggere le infrastrutture critiche». L'IEA nel report Energy and AI del 2025 stima che il consumo elettrico globale dei data center sia destinato a più che raddoppiare entro il 2030, raggiungendo circa 945 TWh l'anno. Negli Stati Uniti, i data center da soli potrebbero rappresentare quasi la metà della crescita della domanda elettrica entro quella data. Significa che l'espansione di queste strutture non è più un fenomeno confinato ai distretti tecnologici: è un fattore macroeconomico che tocca la rete elettrica, i prezzi dell'energia, le autorizzazioni locali e i rapporti tra città e territori. La protesta contro un data center smette così di essere una nicchia e diventa una forma stabile di conflittualità locale, simile — per logica, non per contenuto — all'opposizione a grandi opere o impianti energetici.

L'Europa sceglie un'altra strada

Questa vicenda appare meno «americana» di quanto sembri a prima vista. In Europa la traiettoria è diversa: il controllo pubblico sull'AI tende a passare più dalla regolazione che dalle etichette securitarie. La Commissione europea ha fissato al 2 agosto 2026 la data di piena applicazione dell'AI Act, il regolamento che stabilisce obblighi e limiti per i sistemi di intelligenza artificiale, con alcune norme già entrate in vigore dal 2 febbraio 2025. Questo non significa che l'Europa sia immune da derive di sorveglianza, ma il baricentro istituzionale resta orientato verso trasparenza, responsabilità dei fornitori e valutazione del rischio.

Anche in Italia il tema sta maturando. La crescita dei data center — trainata soprattutto dall'area di Milano e dalla domanda di servizi cloud — sta diventando una questione economica e territoriale che coinvolge energia, edilizia, connettività e vincoli urbanistici. Il Politecnico di Milano dedica un Osservatorio specifico al tema, segnale che la questione è ormai entrata nel radar della ricerca e delle politiche industriali.

La domanda che resta aperta non riguarda se le autorità debbano prevenire sabotaggi o intrusioni: ovviamente sì. Riguarda quali meccanismi di controllo siano in grado di distinguere tra una minaccia reale e la partecipazione democratica a un conflitto locale, quando l'oggetto del contendere non è un'idea astratta ma un edificio che consuma energia, ridisegna il paesaggio e cambia l'economia di un quartiere.