Google porta i chip per l'AI in orbita, ma la sfida è appena cominciata
Il 1° ottobre parte il primo test del Progetto Suncatcher: un satellite sperimentale con chip Google a bordo, per capire se calcolare nello spazio è davvero possibile
Il 1° ottobre, salvo imprevisti, un razzo Falcon 9 di SpaceX porterà in orbita un satellite sperimentale chiamato MVP, il primo passo concreto del Project Suncatcher di Google: un programma che immagina reti di satelliti alimentati dall'energia solare, dedicati al calcolo per l'intelligenza artificiale. L'obiettivo di lungo periodo è ambizioso, ma questo primo volo ha uno scopo molto più circoscritto: misurare come si comportano i componenti hardware in orbita, in condizioni che nessun laboratorio terrestre può replicare del tutto fedelmente.
Definirlo già un "data center nello spazio" sarebbe anticipare conclusioni che la missione dovrà ancora trarre. MVP è un banco di prova, non un servizio cloud pronto a elaborare richieste dei clienti.
Un frigorifero con chip da supercomputer
Il satellite ha le dimensioni di un frigorifero domestico e trasporta quattro TPU, i processori che Google ha sviluppato appositamente per accelerare i modelli di intelligenza artificiale. I pannelli solari forniranno circa un kilowatt di potenza, sufficiente per alimentare l'equivalente di un singolo server. Per capire la proporzione: un data center terrestre coordina decine o centinaia di server, con sistemi dedicati all'alimentazione, al raffreddamento e alle connessioni di rete, per garantire un servizio continuo. MVP è lontanissimo da quella scala.
Il motivo per cui Google guarda allo spazio, però, nasce da un problema molto concreto qui sulla Terra. Il consumo elettrico dei data center dedicati all'AI è aumentato del 50% nel 2025, secondo l'IEA. Costruire nuovi impianti significa trovare terreni, allacciamenti alla rete elettrica e sistemi di raffreddamento in aree già sotto pressione. Un satellite in un'orbita favorevole, invece, riceve luce solare per gran parte del tempo, senza competere con altre utenze.
L'energia solare in orbita è abbondante, ma trasformarla in calcolo utile è un altro problema
Il nemico invisibile: il calore
Il limite più immediato che MVP dovrà affrontare è termico. I chip, mentre elaborano dati, producono calore. Sulla Terra, aria condizionata e liquidi refrigeranti lo smaltiscono in continuazione. Nel vuoto spaziale non c'è aria che circola: il calore deve attraversare i materiali del satellite e dissiparsi per irraggiamento attraverso superfici esterne apposite, chiamate radiatori. Le TPU potranno lavorare per circa 15 minuti consecutivi prima di doversi fermare per raffreddarsi. Un vincolo che rende chiara la distanza tra sopravvivere all'ambiente spaziale e fornire calcolo senza interruzioni: sono obiettivi diversi, e il secondo è molto più difficile del primo.
C'è poi la questione delle radiazioni. Nello spazio, particelle energetiche possono alterare i dati nella memoria o causare errori nell'esecuzione di un modello. Google ha già testato a terra la resistenza delle TPU alle dosi previste per questa missione, con risultati incoraggianti. Il volo aggiungerà ciò che un laboratorio non può simulare: le vibrazioni del lancio, le escursioni di temperatura tra ombra e luce solare, e il funzionamento prolungato nell'ambiente reale. I parametri che conteranno per valutare la missione saranno gli errori rilevati, i carichi AI effettivamente completati e il tempo di attività complessivo.
Google non è la prima
L'idea di eseguire intelligenza artificiale nello spazio non nasce con Google. La startup Starcloud ha dichiarato di aver già portato in orbita una GPU Nvidia H100 — un chip ad alte prestazioni concorrente delle TPU — e di avervi fatto girare modelli AI. Il precedente ridimensiona l'etichetta di "primo" che accompagna spesso Suncatcher, ma chiarisce anche dove stia la vera scommessa di Google: far funzionare un singolo acceleratore su un satellite è una prova tecnica; distribuire un carico di calcolo tra più satelliti come avviene tra i nodi di un'infrastruttura terrestre è un salto di complessità enorme. I satelliti dovrebbero scambiarsi dati rapidamente e in modo affidabile, quasi come se fossero collegati da cavi.
Un impiego più realistico nel breve periodo potrebbe essere l'elaborazione in orbita dei dati prodotti da altri satelliti — immagini, misurazioni ambientali — inviando a Terra solo i risultati selezionati invece dell'intera mole di dati grezzi. Meno ambizioso, ma molto più vicino alle capacità attuali.
Collegare più satelliti come fossero un unico computer è la sfida vera di Suncatcher
Laser tra i satelliti
Per Suncatcher, i collegamenti tra satelliti non sono un dettaglio secondario: sono parte integrante del sistema di calcolo. Google sta studiando comunicazioni ottiche, cioè fasci laser che trasportano dati tra veicoli in orbita ravvicinata. Un dimostratore terrestre ha raggiunto 800 gigabit al secondo per direzione, ma la rete immaginata richiederebbe capacità ben superiori. Dopo MVP, Google prevede un secondo esperimento con satelliti dedicati a verificare proprio questi collegamenti ottici in orbita. In questo progetto, Google collabora con Planet, azienda specializzata nella gestione di costellazioni satellitari: l'esperienza nei chip ha bisogno, in questo caso, di competenze complementari nelle operazioni spaziali.
Nel frattempo, soluzioni terrestri
Mentre Suncatcher compie i suoi primi passi sperimentali, Google ha già una risposta più immediata al problema energetico. L'azienda ha inserito nei contratti con fornitori elettrici statunitensi un gigawatt di capacità di demand response: in certe condizioni di rete, può ridurre o spostare nel tempo una parte dei carichi di calcolo dei propri data center, alleggerendo la pressione sulla rete. È uno strumento già disponibile, anche se limitato alla possibilità di rinviare attività non urgenti.
Suncatcher esplora invece una collocazione radicalmente diversa per l'infrastruttura, assumendosi costi e incertezze legate ai lanci, alla durata dei componenti nello spazio, alla manutenzione impossibile e alla trasmissione dei dati verso Terra. Il confronto economico sensato, quando ci sarà abbastanza dati per farlo, riguarderà la quantità di calcolo effettivamente erogata nell'arco della vita dei satelliti, non solo l'energia catturata dai pannelli.
Orbite affollate, regole in arrivo
L'impatto ambientale di una futura costellazione cambierebbe forma, senza scomparire. Produrre e lanciare centinaia di satelliti, evitare collisioni in orbita e gestirne la dismissione a fine vita sono sfide concrete. L'aumento delle costellazioni sta accrescendo la pressione su orbite già trafficate, come segnala l'ESA. Sul fronte normativo, l'Europa sta lavorando alla proposta di EU Space Act, che affronta sicurezza, resilienza e sostenibilità delle attività spaziali. Si tratta ancora di una proposta in fase legislativa, non di una regola già applicabile, ma indica chiaramente quali questioni l'Europa intende disciplinare in futuro.
MVP potrà rispondere a domande precise su temperatura, resistenza dei chip e continuità di funzionamento. La prova successiva dovrà rispondere a una domanda diversa e più difficile: se satelliti in movimento riescano a mantenersi collegati in modo abbastanza stabile e veloce da comportarsi come parti di uno stesso sistema. Solo allora sarà possibile capire se l'energia solare in orbita possa tradursi in calcolo davvero utilizzabile — e se Suncatcher abbia un futuro oltre il laboratorio.