Wozniak racconta: Apple e il copyright delle ROM

Nella sua autobiografia, Steve Wozniak racconta come il software contenuto nelle ROM dell'Apple II venne protetto da copyright per tutelarsi da aziende, come la Franklin, che copiavano illegalmente il loro computer

Questo articolo è tratto dalla autobiografia di Steve Wozniak, iWoz (Norton & Co, 2007), disponibile solo in lingua inglese.

Subito dopo aver costituito formalmente la Apple Computer Corporation all’inizio del 1977, Mike Markkula organizzò un incontro a Beverly Hills per parlare con degli avvocati che si occupavano di brevetti. Ci dissero che ogni nostro chip ROM che contenesse del codice — ogni PROM, ogni EPROM — era soggetto a copyright e avrebbe dovuto riportare la scritta "Copyright Apple 1977".

Apple brevetta il software

Ebbi un colloquio con uno di questi avvocati, Ed Taylor, che mi chiese di spiegare le particolarità del mio design e tutte quelle cose che costituivano una novità assoluta che nessuno aveva mai fatto prima. Ad esempio, spiegai il modo in cui avevo progettato la grafica a colori e la temporizzazione della DRAM.
Definimmo cinque specifi punti da brevettare. Il tutto fu formulato in modo chiaro e preciso e si rivelò nel corso degli anni di gran valore, uno dei brevetti più apprezzati della storia. Infatti costituì il cuore di una serie di battaglie legali che si sarebbero succedute nel corso degli anni. Quel documento fu impugnato, per esempio, quando altre aziende cercarono di copiare, o di clonare, l’Apple II e in seguito, qualsiasi altro prodotto coperto da diritti.

All’epoca nessuno aveva idea del modo in cui il software potesse essere brevettato. Era una materia del tutto nuova. Capimmo anche che far valere il copyright era il modo migliore di trattare con le persone che cercavano di copiare la nostra tecnologia. Applicare il copyright era più semplice, veloce e meno costoso rispetto alla richiesta di un nuovo brevetto ed era comunque un deterrente efficace per i contraffattori.

L'Apple II era il computer che stava guidando la rivoluzione del personal computer, era molto più avanzato rispetto ai concorrenti Tandy Radio Shack TRS-80 e Commodore PET, sotto tutti gli aspetti: la gestione della grafica e del colore, la possibilità di programmare ogni singolo pixel, la memoria e l'espandibilità.
Per questo motivo Mike voleva che proteggessimo il nostro progetto con il copyright. Bene, quella fu una mossa davvero azzeccata.

Apple II clonato dai copioni di Franklin

Dopo il CES del 1978, venimmo a conoscenza di un nuovo computer prodotto da un'azienda chiamata Franklin. Sembrava che somigliasse molto al nostro. In un primo momento pensai, oh, grande, hanno copiato il mio progetto. Ero curioso di scoprire cosa avevano copiato e come lo avevano realizzato.

Avevo sempre pensato che gli ingegneri studiassero per inventare nuove cose e realizzare i loro progetti. Un ingegnere non si sarebbe limitato a copiare un progetto realizzato da un'altra persona, non era per quello che aveva studiato. Quando lo vidi rimasi scioccato. La scheda madre con tutti i circuiti stampati era esattamente uguale alla nostra, una riproduzione spudorata, con gli stessi chip nella stessa posizione.
Per realizzare il proprio computer questa azienda si era comportata in modo davvero poco onorevole. Non potevo crederci.

Alla successiva fiera a cui partecipai, mi recai immediatamente al stand della Franklin per parlare con il responsabile, che era lì, "Ehi, questo computer è un clone!" Ero abbastanza su di giri, "È ridicolo", gli dissi. "Avete copiato la nostra scheda, l'avete copiata proprio bene. Ciò significa che sono il vostro ingegnere capo e almeno me ne dovete rendere conto".
Lui mi guardò e mi disse: "Ok, sei il nostro ingegnere capo".

Sul momento mi tolsi quella soddisfazione e me ne andai ma ripensandoci forse avrei fatto meglio a chiedergli una dovuta ricompensa! Poco dopo li citammo in giudizio e loro provarono a difendersi. Affermavano che non potevano essere perseguiti legalmente per aver copiato l'Apple II perchè c'era talmente tanto software disponibile per quel computer che dava loro il diritto di costruire una macchina che potesse far girare quei programmi. Per me questa motivazione non aveva alcun senso.
Il caso si protrasse per un paio d'anni. Il giudice gli dette torto e ci dovettero risarcire i danni. Solo qualche centinaio di migliaia di dollari, ma fu abbastanza per fermarli.



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